Dopo essere stato insignito del premio Nobel per la letteratura, lo scrittore argentino Daniel Mantovani vive un forte momento di crisi e sente che la sua carriera è ormai giunta al culmine. Per cinque anni non fa che partecipare a incontri culturali, eventi letterari e rilascia interviste dove viene celebrato in ogni occasione come un vero e proprio mito. Quello che manca, però, è l’ispirazione per scrivere qualcosa di nuovo. Schivo, freddo, solitario, Mantovani è incerto sul da farsi, rifiuta qualsiasi ulteriore invito, cancella gli incontri a cui non ha alcuna voglia di partecipare e trascorre le sue giornate nell’immensa casa in Spagna, dove vive da quasi quarant’anni. Quando nulla sembra più smuoverlo dalla sua apatica condizione di scrittore rassegnato alla fine, il romanziere accetta all’ultimo minuto l’invito del sindaco del suo paese natìo, dove decide di tornare per ricevere l’onorificenza di cittadino illustre. Così si reca a Salas, paesino della provincia argentina da cui era volutamente fuggito ma i cui luoghi e personaggi grotteschi hanno ispirato i suoi racconti, facendo la sua fortuna.

Accolto come una vera star di cui andare fieri, Daniel Mantovani si scontra inevitabilmente con la mentalità rozza del suo passato, incrocia i volti di amori mai dimenticati, di vecchi rivali, di fan appiccicosi e ingombranti e si lascia sedurre dall’esuberanza e dalla creatività dei giovani, che quasi rappresentano l’unica valvola di sfogo o l’unica possibilità a non rassegnarsi a quell’universo così chiuso. Lo scrittore si muove tra i quartieri e i luoghi di un’infanzia e di una vita troppo stretta e viene coinvolto in situazioni assurde che lo vedono protagonista di una parata cittadina, ospite di un’improbabile radio locale dalle scenografie spoglie, e persino giurato di una mostra per premiare gli artisti locali dove è assolutamente chiaro che il talento non conta per nulla. La pazienza iniziale lascia presto spazio al disagio e lo scontro tra Mantovani, i cui giudizi si fanno spesso diretti e rigidi, e gli abitanti di Salas diviene inevitabile. E dietro l’accoglienza calda, si svela il risentimento e la rabbia di una cittadina che non si sente rappresentata dalle parole con lui lo scrittore l’ha rappresentata al mondo intero.

Sorprende e diletta Il cittadino illustre, il film di Gastón Duprat e Mariano Cohn presentato in concorso al festival di Venezia 2016, che ricorre con maestria all’ironia e allo humor sottile per raccontare il dramma di uno scrittore ormai privo di idee e lanciare una sottile critica a una certa società. Un’opera che conferma il valore del cinema argentino (protagonista già lo scorso anno a Venezia con l’agghiacciante El Clan), che oltre a raccontare la storia convincente di un uomo smarrito, riesce a far ridere e riflettere grazie alla straordinaria interpretazione di un gruppo di attori ben calibrati (a cominciare ovviamente dal protagonista Oscar Martinez, Coppa Volpi a Venezia come migliro attore), a una sceneggiatura praticamente perfetta e a una regia curata dal punto di vista estetico e scenografico. Commedia grottesca in cui si ironizza sul rapporto tra lo scrittore e la sua opera, il film è ricco di dettagli, dinamiche estreme e ai limiti del paradosso che strappano una risata genuina nello spettatore ma dietro cui si nasconde una vicenda significativa e molto meno banale di quanto possa sembrare. A emergere chiaramente è il senso di solitudine di uno scrittore straniero in patria (e ovunque) che non può far altro che rassegnarsi all’evidenza della sua condizione: quella di osservatore critico di una realtà da sempre respinta da far rivivere solo attraverso le pagine di un nuovo, grande best seller.

Marianna Ninni