Allan Karlsson è confinato in una casa di riposo per aver fatto esplodere una volpe (che a sua volta aveva ucciso il suo gatto: ma scopriremo che con gli esplosivi ha parecchia confidenza). Ma un giorno esce dalla finestra e scappa, incurante dei festeggiamenti che si preparano per il suo 100° compleanno. Nella sua fuga, si imbatte in persone simpatiche o violente, si trova a evitare guai o a causarne incurante delle conseguenze, si unisce a una serie di complici più o meno volontari per gestire un malloppo inaspettato che li fa inseguire da una gang al soldo di un boss… In realtà tutti gli stranissimi e quasi incredibili fatti che si susseguono sembrano scivolargli addosso. Demenza senile, comprensibile vista l’età? In realtà Allan è così da sempre: fin dall’infanzia, quando si vede morire ancora bambino la madre che gli “regala” la massima che diventa la sua filosofia: la vita è come è, sarà quel che sarà… Per questo, e per la sua distrazione, finisce in guai seri (da ragazzo in un ospedale psichiatrico, sempre per un’esplosione che costa la vita a una persona) ma anche in snodi cruciali della Storia che attraversa con la consueta noncuranza, diventando amico di presidenti Usa (e collabora all’invenzione della bomba atomica…) e dittatori di vario genere (Franco, Stalin…), e passando da un campo all’altro come spia inconsapevole. ,Sfortunato e fortunatissimo al tempo stesso, Allan se la cava sempre; e viene spesso scambiato per quel che non è. Ingenuo, sembra astuto; fuori dal mondo fino alla stupidità, sembra spietatamente pronto a guadagnare da ogni situazione. Così, tra la fuga rocambolesca nel presente e i flashback sul suo passato, si compone la parabola di questo Forrest Gump che attraversa il XX secolo non accorgendosi di quel che gli succede. Ma il tono del regista Felix Herngren (in questo fedele al romanzo di Jonas Jonasson) è ben diverso: non poetico (o retorico, a seconda dei punti di vista) bensì sarcastico e cinico, con umorismo nero che se a tratti strappa qualche risata (soprattutto negli andirivieni storici, con franchisti, americani e sovietici disegnati come macchiette), più spesso incupisce: come quando, dimenticato in un congelatore un violento naziskin, all’amico che divide con lui la responsabilità e si dispera per la tragica leggerezza dice semplicemente: “Il rimpianto non serve a niente, a meno che tu non abbia una macchina del tempo”. ,Costruito sull’attore Robert Gustafsson, comico famoso in Svezia, che interpreta il protagonista sia da giovane che da vecchio grazie al pesante trucco, il film sembra riprendere le comiche di una volta, fracassone e ingenue; e a tratti il ritmo si fa trascinante. Sennonché qui ogni caduta causa un trauma serio, ogni incidente provoca la morte di qualcuno. Come commedia, o come film comico puro, insomma ci si va giù pesanti. Ma l’impressione è che Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, trionfale successo commerciale in patria, fuori dai confini svedesi sembri solo il lontano parente di nobili esempi (oltre a Forrest Gump e alle comiche anni 30 se non del muto, si potrebbe vedere alla lontana qualcosa di Hollywood Party, nella distratta follia distruttiva di Allan). Soprattutto, non cercando assolutamente un’empatia con il pubblico, risulta alla fine glaciale come una freddura. Che diverte chi si accontenta di una risata istantanea (basata su meccanismi elementari), ma che incupisce chi nell'umorismo cerca una visione del mondo più profonda di una superficiale considerazione sulla vacuità dell'esistenza.,Antonio Autieri