Il cacciatore di aquiloni è la versione cinematografica dell’omonimo e fortunatissimo best-seller dello scrittore afgano Khaled Hosseini, storia di un uomo divorato dal suo passato che ottiene la possibilità di rimediare ai suoi errori. Si raccontano venti anni di storia afgana, dal 1978 (quando il Paese viveva in pace) al 2000 (con una documentazione anche cruda del regime del terrore dei Talebani), passando per gli anni dell’invasione dell’URSS. Il punto di vista è quello privilegiato di un uomo – prima bambino, poi adulto – che nel suo Paese è sempre stato uno “straniero” (come lo definisce un altro personaggio) perché non ne ha mai vissuto sulla propria pelle le lacerazioni. Fino a quando, almeno, il suo passato non busserà alla sua porta nella forma di una richiesta di aiuto. “C’è un modo – gli sussurrerà al telefono un vecchio amico che conosce la sua storia – per tornare ad essere buoni”, e Amir capisce che è l’ultima occasione che ha per avere indietro la dignità e l’onore persi nella Kabul di vent’anni prima con un atto di vigliaccheria, che né la vita serena con la bella consorte né il sospirato successo professionale possono restituirgli. Il film si affida completamente alla tenuta della storia, una parabola edificante ed emozionante che sigla le tappe di un cammino di purificazione di un personaggio (nella cui debolezza ci si identifica come lo si fa con il figliol prodigo del Vangelo) che nel finale trova pure il coraggio di rimettersi completamente nelle mani di Dio. La messa in scena è sobria senza impedire la commozione ma senza cercare facili effetti di patetismo e di ruffianeria, ed è descritto inoltre in modo molto credibile il rapporto controverso tra Amir e suo padre (bravissimo l’attore Homayon Ershadi, un po’ Al Pacino un po’ F. Murray Abraham, già visto ne Il sapore della ciliegia). ,Senz’altro consigliato a chi non conosce il libro, il film rischia però di annoiare a morte chi l’ha già letto. Era lecito aspettarsi qualche invenzione e qualche spunto in più dallo sceneggiatore de La venticinquesima ora David Benioff e dal regista di Monster’s Ball e Neverland Marc Forster. E’ vero che il film evita scivoloni retorici, ma il risultato poteva ottenersi ugualmente anche scegliendo per esempio il registro dell’epica (che sembra nelle corde dello sceneggiatore) o del melodramma (che invece è l’arma vincente del regista), a cui la storia in entrambi i casi si sarebbe benissimo prestata. Invece la coppia si tiene a freno e sembra giocare sulla sottrazione, in equilibrio tra la medaglia (niente voce narrante) e il suo rovescio (alcuni passaggi rischiano di essere poco chiari) e con una successione di immagini che corrisponde senza sorprese esattamente all’immaginario di qualunque lettore.,

Raffaele Chiarulli