I David di Donatello sono una fotografia, per quanto di natura molto particolare. Fotografano un momento del cinema italiano (un bel momento, a nostro parere, come abbiamo scritto di recente), indentificando alcuni fenomeni dell’annata cinematografica. In questo senso, il trionfo – differente per pesi e numeri – di Perfetti sconosciuti e di Lo chiamavano Jeeg Robot è indiscutibile. E per nulla scandaloso, anzi. La commedia acre di Paolo Genovese è un gran film – capace di rinnovare un genere che si stava avvitando su se stesso – premiato con pochi ma pesanti riconoscimenti (miglior film e miglior sceneggiatura), mentre l’imprevedibile outsider diretto da Gabriele Mainetti è la grande sorpresa della stagione. Magari sette premi possono sembrare troppi: non ci convince in particolare il premio per la miglior produzione – paradossale, in un film che nessuno ha voluto produrre: ma diremo dopo chi lo avrebbe meritato a nostro parere – e quello per l’esordiente Ilenia Pastorelli, pur brava: ci sembra eccessivo “laurearla” alla prima interpretazione, quando poi erano in lizza la strepitosa Valeria Golino (Per amor vostro) o la sorprendente Paola Cortellesi (Gli ultimi saranno ultimi). Il terzo super vincitore è Il racconto dei racconti di Matteo Garrone: sette statuette, di cui sei in categorie tecniche – in apprezzamento delle qualità visive e realizzative del film – e la “ciliegina” del premio per la miglior regia. Anche qui, nulla di rubato, anzi: il film di Garrone lo troviamo più degno di stima che bello, ma ci fa piacere che sia stato premiato il coraggio e la visionarietà di un autore forse non ancora apprezzato come merita (il suo maggior successo, Gomorra, è stato ascritto soprattutto al libro di Saviano e il successivo Reality fu clamorosamente sottostimato).

Il vero “buco” del verdetto dei 60° David di Donatello, per molti e anche per chi scrive, è la quasi totale esclusione di Non essere cattivo dello scomparso Claudio Caligari (che partiva da 16 nomination – ha avuto solo il premio per il fonico in presa diretta… – e che pochi mesi fa era stato il candidato italiano all’Oscar per il miglior film in lingua straniera). Per chi scrive, era il miglior film e contava sul miglior attore protagonista: lo strepitoso Luca Marinelli, peraltro premiato come non protagonista per l’altrettanto indimenticabile prova da villain anti Jeeg Robot. Soprattutto, era da premiare come miglior produttore il grande Valerio Mastandrea e la piccola Kimerafilm che hanno permesso al film di Caligari di arrivare in porto dopo tante difficoltà. Questo è il vero peccato: che un’Accademia di persone che lavorano nell’industria del cinema non abbia colto il valore non soggettivo – del miglior film e degli altri premi, per definizione, non si può “disputare” – ma oggettivo di un riconoscimento al coraggio di chi ha permesso che un’opera importante come Non essere cattivo vedesse la luce, mentre il suo autore si spegneva, coagulando oltre tutto in inedita alleanza anche soggetti industriali forti come Taodue, Leone Film Group e Rai Cinema. Per noi, i vincitori morali dell’annata rimangono questo piccolo, miracoloso film e il suo autore misconosciuto ma anche i suoi coraggiosi produttori. A cominciare proprio da Mastandrea che produttore si è quasi inventato per l’occasione e che di mestiere, in genere, fa altro (a sfatare l’immagine degli attori sempre egocentrici e narcisisti: manco un cameo si è ritagliato…).

Detto questo, non ci sono mai piaciuti complottismi e dietrologie. E a chi quindi vede specifiche volontà “indirizzate” in un senso o nell’altro, ricordiamo che nell’Accademia i giurati sono tanti (o meglio, siamo… Peccato che però ad alcuni votanti da alcuni anni siano precluse alcune categorie: personalmente ci spiace non votare più per il miglior produttore): quasi duemila persone che ci sembra impossibile organizzare in cordate sicuramente vincenti; personalmente, oltre a qualche telefonata o simpatica battuta estemporanea quando ci si incontra non è mai arrivato. Alla fine, piaccia o no, in democrazia vince la maggioranza. Anche se non è detto che abbia sempre ragione.

Antonio Autieri

Nella foto: Claudio Caligari e Valerio Mastandrea sul set di Non essere cattivo (foto Graia)