Tratto da una pièce teatrale di grande successo e adattato per lo schermo dallo stesso autore, I segreti di Osage County è un dramma familiare che, al di là di ogni merito artistico, spingerebbe chiunque a riconsiderare in positivo i meriti del proprio parentado.,I Weston, infatti, non lasciano passare scena senza vomitarsi addosso, in più o meno bello stile, giudizi senza misericordia, recriminazioni, insulti e allusioni offensive. Maestra in questo è la matriarca Violet (Meryl Streep in una parte che sembrava fatta apposta per garantirle una nomination all’Oscar, puntualmente arrivata insieme a quella per Julia Roberts), bravissima ad intrappolare i familiari in discussioni che finiscono sempre per rendere più profonde e dolorose le ferite che si infliggono da anni l’un l’altro. Ciascuno dei personaggi nasconde un segreto (ma, minaccia fin dall’inizio Violet, lei vede tutto) e ciascuno ha qualcosa da perdonare e farsi perdonare, anche se di perdono nessuno sembra avere la minima voglia.,Fin dall’inizio il matrimonio tra Violet e Beverly (è con la voce di quest’ultimo, che cita il poeta T,S. Eliot, che si apre la vicenda) è presentato come una prigione o un patto che è sopravvissuto al suo senso d’essere piuttosto che il rapporto vitale tra due coniugi. La casa in cui la famiglia si riunisce per la cena post-funerale (c’è anche lo Zeno di turno, un cugino timido e imbranatissimo, che arriva in ritardo al funerale perché non ha puntato la sveglia) è una magione d’epoca, piena di finestre e verande che si aprono sugli spazi sterminati delle grandi pianure dell’Oklahoma, ma che in realtà è un ambiente chiuso e soffocante a causa della malefica influenza di Violet.,Come un ragno al centro di una ragnatela Violet (che, trasparente metafora, ha un cancro alla bocca) sparge il suo veleno intorno a sé e le sue figlie sembrano solo ansiose di sfuggire a questa nefasta influenza. Lo ha fatto Karen, ma condannandosi a una serie infinita di repliche di un copione di coppia sbagliato pur di non restare sola. Non ci è riuscita la triste Ivy, che ha in serbo la ribellione più inaspettata.,Il rapporto attorno a cui ruota tutta la storia, però, è quello tra Violet e la primogenita Barbara, un tempo aspirante scrittrice, preferita del padre defunto con marito fedifrago e figlia quattordicenne problematica. Per tutto l’arco della storia Barbara e Violet si confrontano come due spadaccini in attesa di colpirsi, e le parole, davvero, qui, tagliano come coltelli, anche quando, e non è spesso, non volano le stoviglie…,I lamenti aggressivi e auto assolutori di Violet, la sua ansia di possesso (delle cose, dei soldi, delle sue stesse figlie) hanno radice in un passato doloroso da cui non riesce a liberarsi e che brandisce come un’arma e un ricatto verso tutti. Starà a Barbara, che inizialmente cerca di rimettere in sesto le cose e di farsi carico di un impossibile equilibrio familiare, scegliere se riprodurre gli errori materni o optare per la libertà, anche a costo della solitudine.,La pellicola, costellata di interpretazioni intense e sublimi, soffre un po’ della sua origine teatrale (l’azione si svolge quasi interamente nella casa dei Weston e nei suoi dintorni), tra lunghi monologhi e scene di gruppo dove tutti attaccano tutti, in cui dall’umorismo si passa al sarcasmo e alla violenza. Il tutto sotto gli occhi silenziosi e imperscrutabili della badante indiana (o “nativa americana”, secondo l’imperante politically correctness denunciata da Violet).,L’ennesimo deprimente ritratto di famiglia disfunzionale sullo sfondo di quell’America rurale poeticamente cantata da Norman Rockwell, dove, invece, l’unico passaporto se non per la felicità, almeno per la libertà, sembra essere la fuga. ,Laura Cotta Ramosino,