Modesto thriller di denuncia firmato dal regista della serie horror The Ring. Siamo in Inghilterra, ai giorni nostri. Per sfuggire a una realtà grigia e disperante due ragazze e tre ragazzi si rifugiano nel mondo virtuale. Hanno tutti dei problemi: uno è stato abbandonato drammaticamente dal padre; un altro vive un rapporto di forte tensione con la madre, scrittrice di successo; un terzo si vergogna delle pulsioni erotiche che manifesta verso una ragazzina di 11 anni. E le ragazze non stanno meglio. Si ritrovano in chat, per alleviare la solitudine e passare del tempo, ma si accorgeranno che anche il mondo virtuale è pieno di rischi e pericoli quanto quello reale. Nakata parte da un'idea, se non nuova, sempre interessante, cioè quella di indagare sul malessere dei giovani di oggi, stretti tra una libertà senza confini e una solitudine drammatica a livello esistenziale. Ma l'idea rimane un punto di partenza che non viene approfondito, anzi è soltanto banalizzato. I limiti sono a livello di regia e di concezione del film. Il regista giapponese, infatti, per rendere visivamente la realtà virtuale sceglie la strada più ovvia, quella di materializzare la chatroom come vera e propria stanza e gli avatar come veri e propri personaggi. Poca fantasia, insomma, ma anche un autogol narrativo. Per un'ora buona infatti, il film rimane chiuso all'interno delle varie stanze e il ritmo latita anche per una sceneggiatura banale e prevedibile che rende verbosi e stucchevoli le discussioni infinite dei ragazzi. Nell'ultima mezz'ora la svolta thriller alla luce del sole convince anche di meno: un po' per la mancanza di empatia tra pubblico e ragazzi sulla scena, un po' per la mancanza pressoché totale di suspense. E il finale, infatti, appare assai scontato e atteso. Ci sono degli aspetti non malvagi: i ragazzi, soprattutto il protagonista, l'ambiguo Aaron Johnson, sono in gamba e bucano lo schermo e la rievocazione della ferita subita da Matthew Beard da ragazzino è efficace e colpisce. Tutto il resto, invece, appare molto piatto e assai poco approfondito: gli scenari di famiglia, tristi e appena accennati, le dinamiche affettive tra i componenti della chat. Alla fine, quello che rimane è un film a metà. Non riuscito come semplice film di tensione ma anche lontano dall'essere, come promesso, un film serio di denuncia del mal di vivere. E la confezione con cui si presenta – fotografia, montaggio, sceneggiatura – è tutt'altro che curata.,Simone Fortunato