La novità dell’ultimo film della Disney sta prima del film: vale a dire nel corto con Topolino, Paperino e Pippo alle prese con la costruzione di una nave. Nulla di nuovo sotto il sole, si dirà: già la Pixar di Monsters & Co e del recente Cars è solita allegare a un lungometraggio un corto (spesso anche più divertente del film vero e proprio), ma l’operazione della Disney Animation Studios è significativa perché è in quel corto che viene rappresentata una sorta di dichiarazione d’intenti, un allacciarsi, dopo tante delusioni degli ultimi anni, alla tradizione del vecchio Walt. I Robinson, da questo punto di vista e fatti i dovuti distinguo tecnici, è un film pienamente Disney, anche se forse più legato al nuovo corso che la Disney ha intrapreso da quasi un ventennio, che non ai classici. Il motto del film – un vero e proprio tormentone – la dice lunga sullo spirito del film: bisogna andare avanti. Sempre avanti, dice il capofamiglia Robinson. Sempre e facendo le scelte giuste e poco male se capiteranno i fallimenti: ci rideremo sopra. In fondo, siamo una (buona) famiglia. La storia recente della Disney ha a cuore sempre gli stessi personaggi e gli stessi temi: orfani e diversi, desiderosi di essere accettati dalla comunità, schiacciati sotto il peso dei propri errori e dei propri sensi di colpa, ansiosi di riscatto, i personaggi Disney, buon ultimo questo Lewis/Cornelius Robinson, vogliono e decidono di cambiare vita (e anche un po’ se stessi: era proprio necessario cambiare nome al piccolo Robinson?). Desiderio giusto e legittimo, ci mancherebbe, come anche la volontà di entrare in una grande famiglia. Il problema è che si tratti di vera famiglia, e non di una carrellata di personaggi bizzarri e, a dire il vero, nemmeno troppo divertenti. Una persona cambia non certo per uno slogan, tanto peggio all’insegna di un volontarismo che dei ragazzini reduci da un fallimento non possono comprendere: una persona cambia per un’amorevole e tenace compagnia. Bob Parr, il mitico e indimenticabile super eroe de Gli incredibili, come è noto, è salvato da una famiglia che, unita e allo stesso tempo piena di difetti (le cose nella realtà vanno proprio così), lo va letteralmente a prendere in una sperduta isola con le lunghe mani della moglie, peraltro convinta che il marito la stia tradendo. Il particolare che la donna lo vada a prendere non nonostante quel dubbio, anzi proprio a partire da quel male, da quel sospetto, non è da poco: è un particolare liberante, che dà forza. Anche se sbaglio qualcuno si muove con me, per me. La Disney invece di fonte al male e al fallimento di sé punta a guardare avanti, sottolineando la legge del “sbagliando si impara”, una cosa molto vera ma anche molto difficile da tenere a mente quando si è soli e piccoli. L’errore Disney sta proprio in questo, ci pare, ed è un errore di concezione della vita: nella risposta al male da soli. La famiglia Robinson appare bizzarra, un po’ nevrotica, dotata di buon cuore ma lontana dal realismo della famiglia Parr de Gli incredibili: un caos, un litigio continuo, i bambini che si pestano e i piatti che volano. Eppure erano persone quelle e non figurine, fatte l’uno per l’altra, complementari l’uno per l’altra. Ci veniva la voglia di mangiare insieme coi Parr, dopo aver visto il film. Invece I Robinson sono i soliti personaggi che tante volte abbiamo visto al cinema d’animazione e non: soli, schizzati, magari anche simpatici e proprio perché bizzarri capaci di accogliere la diversità del piccolo protagonista (che però rimane solo ad affrontare ciò che gli capita). E invece no: si accoglie non per bizzarria, si fa compagnia, e compagnia vera e tenace, perché si è stati accolti, qualcuno ci ha presi e non ci ha mollati più. Ha preso il nostro fallimento e le nostre gioie e non ha pianto con noi semplicemente o ci ha fatto la morale sul non perdersi d’animo. È stato e sta con noi, nella buona e cattiva sorte, in salute e malattia.,

Simone Fortunato