Aperta ufficialmente il 31 agosto 2022 la 79ma edizione della Mostra del Cinema di Venezia, caratterizzata dalla fine delle restrizioni per la pandemia. Non c’è più il muro che nascondeva il “red carpet” e ora tutti possono assistere all’arrivo delle star al Palazzo del Cinema. Anche nelle sale sono stati eliminati sia l’obbligo delle mascherine (restano comunque consigliate) che la capienza dimezzata.

In compenso, sempre problemi per quanto riguarda la prenotazione, che obbliga ad alzarsi in orari antelucani per procurarsi i biglietti e ad affrontare lunghe attese per la connessione al sito, gestito da Vivaticket. Il direttore Barbera dà la colpa al fatto che tutti i dodicimila accreditati cercano di collegarsi nello stesso momento, ma ci sembra far funzionare in modo efficiente la biglietteria dovrebbe essere il minimo sindacale, specie dopo aver pagato 60 euro per l’accredito.

Non abbiamo partecipato alla serata inaugurale (siam qui per vedere e parlare di film, lasciamo ad altri gli aspetti più mondani), in compenso ce la mettiamo tutta per vedere e recensire il maggior numero di titoli: nel video qui sotto Letizia Cilea e Beppe Musicco commentano i primi film con dovizia di particolari: sono White Noise di Noah Baumbach, Tár di Todd Field, Living di Oliver Hermanus e A Man di Kei Ishikawa.

E per chi non avesse voglia di guardare il video, riassumiamo brevemente i nostri giudizi

White Noise ( da un romanzo di Don DeLillo) ha come soggetto una famiglia americana che vive da qualche parte nell’Ohio: sia lui che lei sono al quarto trattomatrimonio, hanno un figlio in comune e tre altri avuti dalle precedenti esperienze. Il professor Gladney (Adam Driver) insegna la storia del Nazismo in un college, sua moglie Babette (Greta Gerwig) tiene corsi di postura. Entrambi hanno le loro angosce, principalmente quella di morire anzitempo. A peggiorare la situazione, un incidente ferroviario causa una nube di fumo tossico che minaccia tutta la zona circostante, obbligando tutta popolazione ad abbandonare le proprie case e gettando tutto nel caos. Il film mescola (non sempre felicemente, tocca dirlo), diversi generi: dal dramma psicologico alla fantascienza, all’horror addirittura, ma gli interpreti riescono a mantenere un’aura di innocenza che rende comunque realistica una simpatia per questo strampalato nucleo familiare. Strepitosa, va detto, la coreografia nei titoli di coda su una canzone dei LCD Soundsystem (sembra di essere tornati ai migliori Talking Heads).

Tár è l’ennesima (se ce ne fosse bisogno) dimostrazione dello strepitoso talento di Cate Blanchett, nel ruolo di una direttrice d’orchestra (nel caso, la Filarmonica di Berlino), alle prese con l’incisione della V Sinfonia di Mahler e al tempo stesso con una serie di eventi legati al suo rapporto sentimentale con la prima violinista, nonché a una serie di pettegolezzi legati ai suoi modi ambigui nei confronti degli orchestrali più giovani. Un film di estrema eleganza per ambientazioni, costumi e fotografia, che non nasconde l’affronto di temi scomodi e fornisce un interessante visione di certi aspetti della società contemporanea.

Living, tratto da un racconto di Kazuo Ishiguro su cui si era cimentato anche il regista Akira Kurosawa (Ikiru era il titolo). Nell’Inghilterra degli anni 50, a un oscuro funzionario pubblico (Bill Nighy) tocca u compito che capisce possa dare un senso alla propria vita. Un remake molto corretto, ma che proprio per questo lasca piuttosto freddi, nonostante la bella interpretazione del protagonista.

Concludiamo con A Man del giapponese Kei Ishikawa. Dopo il divorzio, Rie ha trovato la felicità con il suo secondo marito, Daisuke, e ha formato una nuova famiglia. Ma quando questi muore in un tragico incidente, Rie scopre che il suo nuovo marito non era l’uomo che pensava fosse. Chiede quindi a un avvocato di aiutarla a trovare la verità sull’identità dell’uomo che amava. Una ricerca che aprirà domande più ampie sulla natura dell’identità stessa e su ciò che rende una persona reale. Tema interessante, ma che spesso prende percorsi che appesantiscono inutilmente la storia. Anche i molteplici finali che si susseguono risultano alla fine pleonastici, indebolendo il cuore del tema.