Folgorante esordio alla regia di Pietro Castellitto (figlio del celebre Sergio e di Margaret Mazzantini) , I predatori (vincitore del Premio Orizzonti per la Miglior Sceneggiatura alla Mostra del Cinema di Venezia 2020) racconta la problematicissima vita di un gruppo di personaggi, legati tra loro da varie relazioni e costantemente sull’orlo di una crisi di nervi.

Metafora di un sistema di rapporti che gioca più sulla volontà di prevaricazione del singolo sul suo simile che sul reale significato dei legami, l’opera prima di Castellitto brilla di una scrittura fulminea e intelligentissima che, nel definire i suoi isterici protagonisti con tratti e gesti ancor più che con parole, riesce a creare una coesione ammirevole tra il singolo personaggio e il gruppo umano nel quale, più o meno a fatica, esso si inserisce.

Legami-catena, quelli creati in I predatori, dai quali ciascuno cerca di liberarsi attraverso sotterfugi non privi talvolta di una certa violenza, simbolo di una società desiderosa di affermare la propria indipendenza dall’altro a costo di rinunciare a ciò che di bello c’è proprio nel senso della condivisione e della compassione. Il tono è quello del comico-grottesco, e talvolta i palati più raffinati noteranno un eccesso di materiale messo al fuoco in modo un po’ troppo sbrigativo; un peccato che si può perdonare a un esordiente, soprattutto se il suo desiderio di sperimentare gli permette di intersecare così efficacemente tematiche tipiche della commedia all’italiana (lotta tra classi, superficialità dei rapporti, corsa al successo) senza inciampare in sentieri già percorsi da altri. Alcune soluzioni estetiche e narrative ricordano forse il Sorrentino di La grande bellezza, ma le sfumature macchiettistiche di cui sono dotati questi esempi di umanità non sfociano mai davvero nell’inverosimile, rappresentando invece una continua occasione di riflessione sulla nostra stessa condizione in un mondo complesso come quello contemporaneo.

Letizia Cilea