Film mediocre e deludente, con un'idea di partenza giusta ma “giocata” male e sceneggiata peggio. L'idea è quella di prendere più che il classico di Jonathan Swift, alcuni personaggi e situazioni del romanzo e attualizzarli anche in chiave spettacolare per un pubblico di più piccoli ma anche di adulti. L'operazione non è nuova – Guy Ritchie fece qualcosa di simile, decisamente più riuscito e più “pop”, e più adulto con il suo Sherlock Holmes nel 2009 – e, crediamo, non rimarrà lettera morta: gli scenari che aprono operazioni del genere per il cinema sono impensabili anche se i puristi della letteratura, forse, storceranno il naso nel vedere rivisitazioni poco convenzionali di grandi classici del passato. E faranno bene, soprattutto se la rivisitazione, come nel caso di Gulliver, è poco più di un gioco piuttosto noioso. La storia è semplicissima, anche troppo: Gulliver è un bamboccione che non è mai cresciuto. Gioca ancora con le action figures, sogna avventure alla Guerre Stellari, ma nel lavoro così come negli affetti non cresce mai: è da dieci anni un passacarte in un grosso giornale e non ha mai avuto il coraggio di farsi avanti con la bella giornalista Amanda Peet. Poi la svolta: un articolo commissionato all'estero (alle Bermude, a provare l'esistenza del noto triangolo) e la caduta nel mondo di Lilliput, un regno di omini grandi come un pollice e che, dopo i primi contrasti, lo accoglieranno come uno di loro. La storia è troppo semplice, priva di svolte vere: Gulliver arriva troppo in fretta a Lilliput dove avrà a che fare con un cattivo, Chris O'Dowd nei panni del generale Edoardo, troppo sopra le righe; la caratterizzazione dei personaggi è elementare, con troppi personaggi che rimangono sullo sfondo: le due bellissime Amanda Peet e Emily Blunt sono semplici soprammobili, mentre la spalla di Jack Black, Jason Segel, è tutto tranne che divertente. Jack Black fa la sua parte e riesce a infondere quel minimo di simpatia al suo personaggio e a tutto il film, ma deve ricorrere troppo al suo repertorio classico, tanto che in più di un momento sembra di rivedere il mitico Dewey Finn di School of Rock (Linklater, 2003) alle prese con dei piccoletti, ma non basta: al film mancano le trovate, l'ironia e anche l'imprevedibilità non solo del film di Linklater ma persino del più ovvio Una notte al museo (Levy, 2006). Il colpo di grazia lo danno effetti speciali sotto la media, con un 3D in particolare modo evidentemente posticcio e scene d'azione prese di peso da Transformers, con cui si vorrebbe catturare il pubblico più giovane ma che risultano assai povere. Noioso, poco divertente e non privo di volgarità: in America è stato un flop. Inqualificabile la scelta nella versione italiana di far doppiare a Patrizio Roversi e Syusy Blady il personaggio del re e della regina di Lilliput. A parte l'effetto terribile e straniante di trovare l'accento romagnolo nel regno di Lilliput, è l'idea che sta alla base a essere “storta”: usare due personaggi televisivi come specchietto per le allodole per catturare qualche spettatore in più può sembrare logica (ma la popolarità dei due oggi è relativa), ma il risultato certo è quello di snaturare e rendere ancora più distante dal pubblico un film che di suo fa già acqua da tutte le parti.,Simone Fortunato,