Alla morte di Giovanni Paolo II, il cardinale argentino Jorge Bergoglio viene visto da alcuni “riformisti” come una speranza di cambiamento nel Conclave vaticano. Ma prevale la scelta del “conservatore” Joseph Ratzinger, che come papa Benedetto XVI non riuscirà a cambiare le cose in un’istituzione appesantita dagli scandali. Frustrato dalla situazione della Chiesa, alla fine del 2012 Bergoglio chiede udienza dal Papa per chiedergli di accettare le sue dimissioni da cardinale per fare il “semplice parroco”, ma Benedetto prende tempo, poi le rifiuta. E anzi, in un fitto e a tratti drammatico dialogo, in cui emergono le nette differenze tra i due uomini di Chiesa («sei uno dei miei critici più severi») e anche qualche rivelazione, il Papa anticipa quelle che sarà la sua sconvolgente decisione di pochi mesi dopo: lasciare il soglio pontificio, “pronosticando” al suo oppositore che sarà lui a succedergli. Per il bene della stessa Chiesa, serve un’energia che non sente di avere più.

Tratto dall’opera teatrale di Anthony McCarten, che ne è anche sceneggiatore, il film prodotto dal colosso americano Netflix e diretto dal regista brasiliano Fernando Meirelles (che si fece notare nel 2002 con City of God, ottenendo anche una nomination all’Oscar, ma poi non si ripeté mai su quei livelli) gioca tutte le sue carte sulla drammatizzazione di due caratteri differenti che qui diventano quasi acerrimi nemici; nonché sulla prova di due grandi attori come Anthony Hopkins (pur poco somigliante a Joseph Ratzinger) e Jonathan Pryce (l’attore ideale, invece, per interpretare Jorge Bergoglio). Ne deriva uno di quei film “di una volta”, su personaggi storici di epoche più o meno vicine che si confrontano in duelli dialettici serrati; riproposti negli ultimi decenni in modi differenti ma sempre brillanti (ci vengono in mente a inizio anni 90 il francese A cena col diavolo con la coppia Talleyrand/Fouché, Frost/NixonIl duello sulla celebre intervista tv dell’anchorman all’ex presidente Usa o Diplomacy con il dialogo tra un generale nazista e un diplomatico svedese nel 1944). Per la solidità dell’impresa, occorre avere dialoghi arguti e serrati e due grandi attori (e questi elementi ci sono). E tanta immaginazione, per coprire qualche buco della storia, soprattutto se le vicende risalgono a periodi lontani. Qui, però, i personaggi sono ancora non solo viventi ma vicini nel vissuto di tanti fedeli, anzi ancora sulla scena: non solo papa Francesco ma anche il papa emerito Benedetto XVI, che pure “ritiratosi” è ancora presente nell’affetto dei fedeli; e le numerose forzature possono essere mal digerite, quanto meno da chi si professa cattolico (almeno in teoria). Quella iniziale caratterizzazione di Ratzinger come persona ambiziosa, che briga per farsi eleggere Papa e che non viene considerato all’altezza della sfida del cambiamento dai “riformisti”, è una barzelletta da cronisti malevoli oltre tutto malamente rappresentata, non degna del grande apologo che vorrebbe essere il film. E se man mano i due “contendenti” si avvicinano e iniziano a stimarsi reciprocamente, rimane banale la descrizione di entrambi. Ratzinger sembra un uomo cerebrale, freddo, fuori dal mondo (che ironizza sulle passioni musicali o calcistiche dell’avversario): un personaggio tragicamente shakespeariano («La cosa più difficile è ascoltare la sua voce, la voce di Dio»), che si sente al capolinea per mancanza di forze e per le sconfitte dovute a una Curia corrotta e circondata da corvi («Ho lottato e ho fallito»). Bergoglio appare invece come un “Candido” onesto e ingenuo, aperto al mondo ma frustrato per non poter ottenere i cambiamenti desiderati; eppure, con un peso sull’anima per non aver difeso abbastanza alcune vittime della violenza dei militari argentini, tra cui due confratelli gesuiti (la scena del perdono di uno dei due è tra le poche emotivamente significative, ma poco credibile). Anche qui, una forzatura che contrasta con quanto si sa di quelle vicende; e una banalizzazione melodrammatica di un periodo così funesto.

È tutto poco verosimile, fin dal primo Conclave (dove sembra che molti Cardinali arrivino lì senza mai essersi visti prima, cosa alquanto ridicola) che, tra musiche degli Abba e movimenti a effetto, sembra copiato – male – dal morettiano Habemus Papam per somiglianza di scenografie (e c’è pure, anche qui, l’attore Renato Scarpa, in un ruolo molto simile…); quanto meno per chi conosce le due figure e sia minimamente informato sulle rispettive biografie e personalità (l’autore si sarà dato la pena di ascoltare mai qualche loro discorso? Sembra impossibile, a vedere sulla scena i “due Papi”). Si è invece deciso di puntare sul facile sensazionalismo da soap opera (mitigato da qualche buon momento suggestivo, visivamente o narrativamente). Comprensibile, se si considera la derivazione televisiva: questo è ormai Netflix, con buona pace di chi considera il colosso una casa cinematografica. A volte produce film, ma lo spirito – salvo rare eccezioni, e non considerando i titoli presi in distribuzione e non prodotti – è quello dei tv movie alla HBO. Che passino o meno, per pochi giorni, sul grande schermo.

Antonio Autieri

Trailer in versione originale (per il cinema)

Trailer in versione doppiata (Netflix)