L’ambiente è mostrato come asettico, ma crea subito una grande angoscia l’ospedale di Milano in cui un padre, Antonio, si è trasferito in pianta stabile dall’Umbria per assistere Pietro, il figlioletto di un anno. Se malattia e sofferenza in luoghi simili sono frequenti, vedere un bimbo come Pietro in un reparto pediatrico oncologico fa soffrire terribilmente. Nell’attesa dell’operazione, il padre passa le giornate in maniera chiusa, parlando solo con i dottori e scambiando poche battute con gli infermieri. Per il resto si prende cura di Pietro, facendolo mangiare, giocare, addormentarsi. E parla al telefono con la moglie rimasta a casa con un altro figlio più grande. Antonio è tanto affettuoso con il piccolo (sono le parti migliori del film: il protagonista Filippo Timi è straordinario nell’incarnare con assoluta dedizione e credibilità il personaggio e restituire il suo amore infinito per il figlio), quanto diffidente e scontroso con gli altri. Figuriamoci con gli stanieri che bazzicano nell’ospedale e nei dintorni. ,Uno di questi è Jaber, giovane tunisino che guarda con simpatia Antonio e si intenerisce per Pietro; ma non ricambiato dall’uomo, che lo tiene a distanza. Anche Jaber è in ospedale per una persona cara malata: tra loro è un dialogo impossibile, sempre aperto dal ragazzo e interrotto dalle risposte smozzicate di Antonio che detesta gli “arabi”.,Film fatto di poche parole e molti gesti, minimalista anche per ragioni di budget, l’opera seconda si fa apprezzare per stile trattenuto e intenso, che ci avvicina ai drammi di Antonio: come non capire il suo dolore e la sua preoccupazione per la sorte di Pietro? Proprio per questo non si capisce l’indulgenza, ripetuta più volte, verso bestemmie ¬– sempre gratuite al cinema, perché si possono rendere quegli stati d’animo in altro modo – che non possono che disturbare un credente; allontanando così, colpevolmente, da un film interessante come I corpi estranei. E se la prima volta, per assurdo, l’espressione contro il Padreterno potrebbe servire per capire meglio la paradossalità della situazione (Antonio vorrebbe recitare l’Angelo di Dio per Pietro, ma non ricorda le parole e quindi le intercala con bestemmie) e fornire qualche indicazione in più sul personaggio, le altre sono davvero totalmente inutili e sostituibili; un’aggravante, dunque.,In definitiva un film che poteva essere importante e significativo scivola, anche per una sceneggiatura fin troppo essenziale e scarna di fatti, in un’opera minore, curiosa e ben recitata ma con poco altro e piuttosto prevedibile come impianto. A un certo punto, infatti, quando per un banale pregiudizio Antonio si scaglia contro Jaber la scena ci appare telefonata fin dall’inizio; e ancor più il suo tentativo di recuperare nel finale con lui (ma troppo tardi). Insomma, peccato per la prova di Timi che meritava di essere inserita in un film più solido (il film è circolato solo in sale super specializzate in film indipendenti), e per quelle inutili asprezze linguistiche che restringono ancora di più il campo dei possibili fruitori di quest’opera.,Antonio Autieri,