Sarà che dopo averla vista in L’amore bugiardo – Gone Girl (2014), da Rosamund Pike ci possiamo aspettare di tutto in fatto di personaggi maligni, ma il personaggio di Marla Grayson in I Care a Lot (visibile su Amazon Prime) è quanto di più odioso potesse capitare: grazie alla combutta con un medico corrotto che sforna certificati di invalidità e la fiducia di un giudice inconsapevole, la bella ed elegante Marla, insieme alla sua assistente/amante Fran, fa ricoverare persone anziane anche in salute, si fa nominare dal tribunale tutore legale, e provvede a spogliarle di tutto quello che hanno, con la scusa delle parcelle delle residenze dove sono rinchiusi. Privi di ogni contatto col mondo esterno e coi parenti (i telefoni sono sequestrati al loro arrivo), imbottiti di medicine, i poveretti possono solo aspettare la morte, mentre Marla dà la scalata alla ricchezza secondo la sua personale interpretazione del sogno americano: «Il gioco corretto è stato inventato dai ricchi per tenere il resto in povertà. Ci sono agnelli e leoni, e io sono una fottuta leonessa».

Blakeson crea dialoghi taglienti e bruschi, esemplari per come rappresentano il disprezzo della protagonista per le vittime ed è particolarmente efficace veder come lei, elegante e raffinata, saccheggia una casa con lo stile di uno spietato razziatore, trattando la vendita anche dei ninnoli. Marla continua a confrontarsi e superare in astuzia gli uomini sui vari gradini della scala sociale (uno dei quali è interpretato alla grande da Chris Messina), fino a incontrarne uno che eguaglia o supera la sua spietatezza: un misterioso gangster di nome Roman (Peter Dinklage).

L’ingresso di Roman nel film rappresenta una delusione e un colpo di teatro allo stesso tempo. Mentre Marla e Roman entrano in guerra per il destino della recente vittima di Marla, Jennifer Preston (Dianne Wiest), I Care a Lot si perde in scene convenzionali di crudeltà da film thriller. Tuttavia azzecca il personaggio di Roman, poiché questo trafficante di esseri umani e committente di omicidi viene presentato come un antieroe di certo più comprensivo di Marla. Roman, nel suo attaccamento a Jennifer, che è stata tormentata senza pietà da Marla, mostra occasionalmente emozioni riconoscibili, mentre Marla rimane una squallida mercenaria fino all’ultimo atto del film.

Troppo a suo agio nell’utilizzare la Pike come incarnazione dell’ira femminile repressa, il regista vorrebbe mostrare una Marla capace di vulnerabilità di fronte al suo altrettanto spietato socio e amante, Fran (Eiza Gonzalez); ma la resa è superficiale, mentre al contrario la rabbia e la disperazione di Roman approfondiscono la sua statura, permettendogli di presentarsi sempre come un mostro, ma con un certo livello di pathos. Forse Dinklage è più capace di sorprenderci della Pike, dando a comandi banali (come «fallo sembrare organico») anche un certo tocco comico. Marla invece non sussulta nemmeno quando è sul punto di essere torturata a morte, e alla fine diventa un’eroina d’azione secondo i dettami più canonici: un criminale sofisticato che può trasformarsi all’improvviso nel più feroce dei killer.

Strizzando l’occhio al Quentin Tarantino di Kill Bill 2, sembra che Blakeson cerchi di sostenere Marla come icona femminista. Ma la cosa si perde decisamente nel prevedibile finale, quando il regista sembra scordarsi anche della figura di Jennifer Preston, e l’interessante attacco iniziale sulle storture del sistema sanitario purtroppo rimane nelle buone intenzioni.

Beppe Musicco