Honey Boy è Otis, un giovane attore ventiduenne con già 10 anni di carriera, un problema di alcolismo e comportamenti autodistruttivi. Costretto ad andare in riabilitazione, scopre di avere un disturbo post-traumatico. Viene spinto così a rivivere il turbolento rapporto con il padre, ex-alcolista ed ex-artista di strada: un uomo pronto a spendersi in tutto per la carriera del figlio ma anche a presentargli il conto delle proprie rinunce e fallimenti.

Gran premio della giuria al Sundance Film Festival, Honey Boy è quasi un’autobiografia dell’attore Shia LaBeouf, che ne firma la sceneggiatura. La regia è affidata all’israeliana Alma Har’el, autrice di documentari e videoclip, qui alle prese con il suo primo film di finzione. La storia in sé non è una novità: spesso si puntano i riflettori sulla vita di artisti che esordiscono fin da giovanissimi, sperimentando i sacrifici del mestiere e restandone segnati. Proprio due giovani talenti prestano il volto al protagonista: un dolente Lucas Hedges (Lady Bird, Tre manifesti a Ebbing Missouri, Manchester by the Sea) e l’ottimo Noah Jupe, che ha già recitato in Wonder, A Quiet Place e nel recente Le Mans ‘66. Ma è soprattutto Shia LaBeouf a regalarci un’interpretazione davvero significativa. Dopo il ruolo dell’irascibile tennista in Borg McEnroe, l’attore-sceneggiatore si mette in panni ancora più difficili e scomodi: quelli di un personalissimo antagonista come il proprio padre. Una scelta, questa, che trasforma l’intero film in una forma di terapia: ripercorrere il proprio passato e cercare un modo per ripartire da lì, senza che l’urgenza di distruggere tutto (e anche sé stesso) abbia il sopravvento.

L’attore Shia LaBeouf è una personalità che si è fatta conoscere per scandali, sgradevolezze e un carattere tutt’altro che facile. In Honey Boy tutta questa rabbia diventa invece la premessa per confrontarsi, quasi necessariamente, con la figura paterna. La pellicola di Alma Har’el è imperfetta ma anche sincera e catartica, nonostante una struttura poco compatta e la difficoltà nel trovare momenti di leggerezza, in una storia narrata così da vicino. Si tratta di un film personale e complesso, dove nessuna stortura viene nascosta: tanti sono i pugni nello stomaco, anche letterali. Allo stesso tempo, però, c’è il bisogno potente di comprendere e di riconciliarsi con il genitore, terribile eppure ineliminabile.

Roberta Breda