Esordio interessante di Ursula Meier, giovane regista franco-svizzera che con pochi ingredienti riesce a costruire una storia dai risvolti ora surreali, ora tragici, ora apocalittici. Pochi elementi, anzi pochissimi: il lungo nastro di cemento quasi infinito di un’autostrada, una casa sorta proprio al di là del guard-rail, un gruppo di cinque attori, uno più in gamba dell’altra, anche se la palma del migliore va al grande Olivier Gourmet, già attore per i fratelli Dardenne. La Meier racconta la sua storia come una favola: l’inizio spensierato con al centro una bella famiglia, unita ma non priva di qualche problema (l’adolescente più grande e assai inquieta). Poi una parte centrale segnata dalla difficile, poi impossibile convivenza con quelle che diventeranno 80 macchine al minuto a sfrecciare nel giardino di casa: la parte finale che si avvita in un incubo che sembra inevitabile. Come in tutte le favole, anche in Home, il piano simbolico prende il sopravvento: dietro la lotta all’ultimo sangue della famiglia contro l’autostrada c’è ovviamente tutto il dramma della famiglia di fronte a una modernità fatta di isolamento, nevrosi e solitudine. La Meier, pur con qualche imprecisione attinge al cinema del primo Polanski, del cinema apocalittico e surreale di Ferreri e nel finale anche al gelido stile di Haneke ma rispetto proprio al regista austriaco è capace di non chiudersi in una fredda lezione di stile a discapito dei personaggi che invece sono stimati dalla regista e accompagnati nel loro dramma intimo e, raramente, urlato. È un pregio innegabile del film: raccontare il dramma, la disperazione, persino la distruzione di una famiglia senza perdere mai di vista il cuore pulsante di qualsiasi storia, il cuore dell’uomo. Un unico appunto serio, più che altro al distributore italiano: perché intitolare in inglese un film francofono ?,Simone Fortunato