Peter Sellers era reduce dal fiasco del 1966 (anche se oggi molto rivalutato) di Casino Royale (ci vollero cinque registi – tra cui John Huston – per finirlo) nel quale era anche stato giustamente stroncato dalla critica. Due anni dopo, l’attore britannico decise di riaffidarsi a Blake Edwards, con il quale aveva già girato due film della serie La pantera rosa, per impersonare l’attore indiano Hrundi V. Bakshi in Hollywood Party. Il film è una satira della vita e delle nevrosi dell’ambiente cinematografico (un tema che Edwards riprenderà negli anni ’80 in maniera molto più caustica in S.O.B. ), vista attraverso l’innocenza e l’ingenuità di un attore straniero, capace però di essere la causa di un’infinita serie di disastri. La vicenda prende le mosse sul set di un film del genere “soldati britannici nell’India coloniale”, sulla falsariga del famoso Gunga Din. Sennonché Bakshi, scritturato per il ruolo di trombettiere, fa praticamente saltare in aria il set, venendo cacciato e proscritto da ogni successiva produzione. Per ironia della sorte, un errore di trascrizione lo fa finire tra gli invitati di una lussuosa festa a casa del ricco produttore. Lì, tra attori vanitosi, donne in crisi, alcol e moderne tecnologie architettoniche, riuscirà a corteggiare una giovane attrice francese e al tempo stesso trasformare l’elegante festa in una sorta di selvaggio happening nel quale si vedrà accadere di tutto, finanche l’arrivo di un elefante in piscina. Blake Edwards sfrutta al massimo le capacità di Sellers – nello specifico, la capacità di rendere l’ingenuità del suo personaggio – per trasformarlo nel granello di sabbia capace di bloccare e far crollare il perfetto ingranaggio della vita hollywoodiana. Mantenendosi su un registro volutamente “basso” per la quasi totalità del film, Edwards gioca con l’accumulo, concatenando le piccole goffaggini di Bakshi fino a far loro raggiungere il livello di guardia, per poi superarlo e lasciare lo spettatore a chiedersi cosa ancora potrà accadere di peggio. Una scarpa sporca, il bisogno di andare in bagno, una partita di biliardo, e così via: da tanti piccoli episodi (nei quali è anche facile riconoscersi) Hollywood Party sceglie sempre le conseguenze più disastrose e inverosimili, ma capaci di generare l’entusiasmo e l’ilarità in chi guarda. Qualcuno (il film è del 1968) ha voluto vederci un gesto di simpatia nei confronti della contestazione: in realtà i ragazzi vestiti da figli dei fiori sono anch’essi figli della ricchezza di Hollywood (chi si può permettere di girare con un elefante?), e anche loro verranno presi nel vortice di Bakshi, che non risparmia niente e nessuno. Abituati come siamo a montaggi più veloci, se non frenetici, Hollywood Party potrà sembrarci lento; in realtà è quasi ipnotico. Come un incantatore di serpenti indiano, Hrundi V. Bakshi ci obbligherà a non distogliere lo sguardo per ogni istante del film, per goderci fino in fondo questo capolavoro della commedia.,Beppe Musicco