A cinquant’anni di distanza (la lunga intervista, otto giorni di registrazioni, avvenne nell’estate del 1962, il libro che le rielabora venne pubblicato nel 1966) il dialogo tra i due grandi registi che hanno fatto la storia della settima arte mantiene intatto il suo fascino. Sia come documentazione di un certo modo di intendere e fare cinema, ma anche e soprattutto di un rapporto imprevedibile e inaspettato tra due uomini, la scintilla di un’amicizia che durò negli anni cementandosi nella reciproca stima.

Del resto il documentario di Ken Jones (che recupera i nastri originali dell’intervista e sovrapponendoli alle foto scattate all’epoca crea un effetto di straniante contemporaneità) dà conto di come fosse difficile pensare a due registi più diversi, per formazione, gusto e stile del grande maestro inglese e del giovane cineasta e critico dei Cahiers du Cinéma. Eppure proprio da regista Truffaut riesce ad immergersi completamente nella visione, nel mestiere e nel pensiero di Hitchcock, spingendo lui e noi a una riflessione sul cinema ancora valida e stimolante. A darne conto sono gli interventi raccolti da diversi cineasti famosi, da Martin Scorsese e David Fincher, da Bogdanovich (che ricorda in prima persona l’effetto straordinario della prima di Psyco sul pubblico) ad Assayas, da Wes Anderson a Paul Schrader. Questa sfilata di nomi serve anche a ricordare quanto tangibile e duratura sia l’eredità di Hitchcock, sia dal punto di vista formale che da quello concettuale.

Cresciuto con il cinema muto (un elemento della sua carriera qui dovutamente valorizzato), Hitchcock per sua ammissione resta legato per tutta la vita a un certo tipo di racconto per immagini e a un certo tipo di visione. Il carattere a volte respingente, il rapporto anche tirannico con gli attori («gli attori sono bestiame» è una citazione celebre che dice molto del suo punto di vista), ma anche l’ispirazione ineludibilmente cattolica che Truffaut riconosce nella scelta delle storie e nel modo di intendere i personaggi, il senso del tempo e la capacità di sfidare il paradigma cinematografico  del suo tempo (da cui la lunga divagazione su Psyco e il suo significato) e di mettere in scena le proprie ossessioni (Vertigo, anch’esso ampiamente sezionato). Questi e molti altri gli aspetti affrontati nel documentario.

Hitchcock/Truffaut, al di là degli interessanti camei dei colleghi di Hitchcock (curioso e particolare anche quello di Linklater, quanto di più lontano si possa immaginare dal maestro inglese) e dell’effetto notevole del risentire le voci originali dei due protagonisti, è più un omaggio di lusso che una vera e propria opera autonoma indipendente. A distanza di anni, non spiacerà però a cinefili e no rispogliare quelle pagine che a tanti hanno acceso la scintilla di una passione o addirittura di un mestiere.

 

Laura Cotta Ramosino