Un “banale” omicidio. È questo quello che avviene in una Roma cupa e violenta, su cui indaga un commissario acuto e sensibile. Le vittime: un piccolo pusher e l’incolpevole madre. Il sospettato finisce per essere Gianni, un giovane che era andato a procurarsi una dose di eroina (nel gergo dei drogati “henry” da cui il titolo) per “sballare” con la fidanzata Nina. Che inizia a dubitare di lui. Attorno a loro tossici, spacciatori e gang rivali – italiani e africani – in una spirale di violenza che sembra non risparmiare nessuno.,Alessandro Piva, dopo il felice e ormai lontano esordio di Lacapagira (curioso noir in dialetto pugliese di fine anni 90) e il meno riuscito ma più strutturato Mio cognato con Sergio Rubini e Luigi Lo Cascio, abbandona la Puglia e gira a Roma un noir violento, che non rinuncia del tutto al grottesco che caratterizzava i precedenti film ma punta soprattutto su azione e osservazione di luoghi e volti. Coadiuvato da un cast corale notevole – su tutti Claudio Gioé nella parte del commissario Silvestri e Paolo Sassanelli in quelle del suo assistente, ma spiccano anche Michele Riondino, Carolina Crescentini, Dino Abbrescia e altri – Piva impagina una vicenda di squallore con senso del ritmo e della tensione quando narra le vicende in via di svolgimento, ma scivola su uno psicologismo inutile e controproducente con dichiarazioni dei personaggi che dichiarano alla macchina da presa i loro tormenti, problemi, motivazioni come in un interrogatorio. Con il risultato però di smorzare l’attenzione dello spettatore. Peccato: poteva essere un grande noir all’italiana, con un poliziotto straziato tra violenza e desiderio di pace (il suo pensiero ricorrente è alla moglie e al figlio che sta per arrivare). Ma la povertà di mezzi alla lunga si fa sentire e il terzo film di Alessandro Piva è solo un interessante tentativo, riuscito parzialmente. Per accontentare il pubblico “normale”, e non solo dei festival (Henry vinse nel 2010 il premio del pubblico a Torino) non basta.,Antonio Autieri