Heart of the sea – Le origini di Moby Dick (In the heart of the Sea)
USA 2015 – 121’
Genere: dramma/avventura
Regia di: Ron Howard
Con: Chris Hemsworth, Brendan Gleeson, Ben Whishaw, Benjamin Walker, Cillian Murphy, Tom Holland, Michelle Fairley
Tematiche: natura, Moby Dick, taboo, baleniere, letteratura
Target: dai 14 anni

Il romanziere Herman Melville interroga l’ultimo sopravvissuto del naufragio della baleniera Essex. Dal suo drammatico racconto nascerà Moby Dick…

RECENSIONE

Per apprezzare quello che c’è di buono nell’ultimo film di Ron Howard (e ce n’è, forse anche troppo, mescolato e a volte un po’ troppo martellato in qualche dialogo didascalico) bisogna innanzitutto sgomberare il campo dal confronto con il Moby Dick melvilliano, cui pure i distributori italiani hanno voluto a tutti costi fare riferimento nel titolo. È vero, la storia dell’Essex e dei suoi uomini costituisce la fonte del romanzo, ma, come dice Melville stesso nella cornice (forse la parte più debole del film, nobilitata da due straordinari interpreti: Ben Wishaw, nel ruolo del romanziere e il Brendan Gleeson di Calvario in quello del tormentato sopravvissuto), non tutta la verità finirà nel romanzo, e nello stesso tempo per diventare la grande “epica americana” essa dovrà trovare una nuova identità, meno cronachistica e più metafisica. Detto questo il film di Ron Howard, che non si tira indietro quando si tratta di raccontare tempeste in alto mare, cacce ai capodogli e, finalmente, quasi a metà film, l’attacco del “mostro”, è un racconto di avventura marinaresca che si trasforma in un certo punto in un survival movie e che per strada si arricchisce di una quantità di temi forse addirittura eccessiva. Funziona solo fino ad un certo punto per questo film il paragone con il precedente adattamento di Moby Dick firmato da John Huston, e per altri versi poco ha a che vedere con la compattezza e la chiarezza di intenti di Master and Commander lo splendido adattamento di Peter Weir dell’epica marinara napoleonica di Patrick O’Brian.
Il racconto e il punto di vista, come da modello, sono quelli dell’ultimo imbarcato, il mozzo Nickerson. Ma il vero protagonista è il primo ufficiale Owen Chase (Chris Hemsworth, già ottimo interprete in Rush oltre che Thor per la Marvel), che è in qualche modo anche lui un outsider (e in quanto tale penalizzato) nel mondo ristretto e competitivo dei balenieri e che per questo si vede scippare il comando da Charles Pollard, erede di una famiglia di antica tradizione, orgoglioso quanto inesperto. La difficile convivenza tra i due costituisce la spina dorsale della prima parte del racconto ed è proprio questo difficile rapporto, anche prima dell’apparizione della mitica balena, a mettere in serio pericolo la sopravvivenza della nave. Lo scontro tra Chase e Pollard, oltre che tra uomini, diventa però con il procedere del film anche quello tra due diverse idee sul rapporto tra uomo e natura: quella di dominio (sospesa tra motivazioni scritturali e semplice esaltazione positivistica dell’evoluzione) sostenuta dal primo, e quella, progressivamente acquisita, di timoroso, e quasi religioso, rispetto da parte del secondo. L’impressione è che gli autori abbiano voluto sdoppiare nei due ufficiali l’epica e probabilmente inarrivabile figura del capitano Acab di Melville, anche se l’operazione non risulta pienamente riuscita.
A questa tematica, per altro, se ne intrecciano, non sempre armoniosamente, molte altre: quella dello sfruttamento spregiudicato delle risorse naturali (di fatto il lucroso commercio dell’olio di balena sarebbe terminato nel giro di una generazione per esaurimento delle risorse e scoperta di materie alternative), destinato solo a provocare tragedie; ma anche quello del senso e dei limiti della trasposizione della cronaca in letteratura, o quello del senso di colpa dei naufraghi, costretti, per sopravvivere, ad atti di cannibalismo che sembrano segnare una totale perdita di umanità. Questa pesantissima verità, come la realtà di quanto accaduto, sono un fardello troppo scomodo per il mondo a cui fanno ritorno, e in modo diverso ognuno dei sopravvissuti dovrà farci i conti; portando silenziosamente il peso della colpa o facendosi consumare da un’ossessione, o ancora abbandonando per sempre un mondo in realtà ormai al crepuscolo.
Nonostante le buone intenzioni e l’impegno di un cast di livello, stavolta Ron Howard non riesce a duplicare l’efficacia del doppio ritratto di eroe di Rush e si limita a offrire un intrattenimento spettacolare di buon livello, ma troppo didascalico per convincere fino in fondo.

Laura Cotta Ramosino