Il maghetto più famoso del mondo torna per il terzo anno nella scuola di Hogwards, dove trova amici (Hermione, Ron) e nemici (Malfoy) di sempre e dove stringe amicizia con il professor Remus Lupin, vecchio amico dei suoi scomparsi genitori. Questa volta l’obiettivo è sfuggire alle grinfie del potente stregone Sirius Black, sfuggito dalla prigione di Azkaban, che tempo addietro consegnò i genitori di Harry al cattivissimo Voldemort, condannandoli così alla morte, e che ora è sulle tracce del ragazzo per completare la malefica impresa.

Il primo impatto con Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, il terzo episodio della lunga serie di Harry Potter (il quarto si sta girando proprio ora) è soprattutto sul mutato aspetto dei protagonisti: Harry, Hermione e il rosso Ron sono cresciuti, e non solo in altezza. Il film giustamente non si limita a prenderne atto, ma porta nella storia questo evidente scompenso, questo impaccio per cui i ragazzini non si sentono ancora “né carne né pesce”, consapevoli soprattutto che qualcosa sta cambiando e che le cose non saranno più come prima. Anche i rapporti tra i tre sono mutati: al cameratismo o all’alleanza dei maschi contro la ragazzina si sostituisce la naturale scoperta degli altri, che sfocia in momenti di confidenza o di rifiuto, spesso legati all’umore, ma anche a un abbozzo di affettività che rimane ancora, delicatamente, il prolungamento di una bella e strenua amicizia. L’altro sentimento forte deriva dall’affetto spezzato e struggente di Harry Potter per i suoi genitori morti, che nei precedenti episodi veniva contrapposto alla stupidità degli zii adottivi e accolto invece dalla scuola di Hogwards; in questo film il rapporto con i docenti rimane, ma passa sullo sfondo rispetto alla inquietante presenza del fuggitivo da Azkaban, incarcerato per complicità nell’assassinio dei genitori di Harry: già padrino di Harry, è l’elemento che lo dilania maggiormente, e che solo nel finale (una bella sorpresa, per chi non ha letto il libro), svelerà la sua vera natura.

I puristi e gli esegeti dei libri della Rawlings avranno certo a che ridire sul confronto tra il testo scritto e la pellicola, e chi non ama questo genere di film lo classificherà come sottocultura per ragazzini. Ma il film non è affatto da buttare (e chi ha visto Y tu mama tambien, la precedente prova di Alfonso Cuaròn, aveva di che preoccuparsi). Da un punto di vista strettamente cinematografico, il film ha un cast di attori che non sbaglia un colpo (forse per la comune provenienza teatrale): dalle vecchie presenze, come Maggie Smith o Alan Rickman, a Michael Gambon che ha sostituito lo scomparso Richard Harris (indistinguibile!), ai tre ragazzi di cui si è già detto. Ma anche i nuovi personaggi sono azzeccatissimi: Emma Thompson, molto godibile nel ruolo di una svanitissima insegnante di divinazione, ma soprattutto David Thewlis nel misterioso personaggio del professor Lupin, schivo e saggio, ma capace di una potenza inaspettata; per non parlare di Gary Oldman, un attore che meriterebbe una maggior presenza sugli schermi. Effetti speciali minori che nei precedenti episodi, ma molto efficaci (i “dissennatori” sono veramente da film horror).

Antonio Autieri