Che Gabriele Salvatores ci sappia fare è pacifico. Lo dimostra in questi anni, più che il successo di pubblico, piuttosto diseguale, una quantità di registri e di generi affrontati in una carriera che l’ha visto cimentarsi nel noir all’italiana ( Quo vadis, Baby?),nel dramma di formazione ( Io non ho paura), persino nella fantascienza ( Nirvana), nel dramma tout court ( Come Dio comanda) e nella commedia all’italiana, forse l’ambito che più gli si addice ( Mediterraneo, Marrakech Express, Turné). Quel che è certo è che Salvatores è uno dei pochi registi italiani della sua generazione in grado di fare sempre un cinema diverso, e con uno stile e un appeal ben poco provinciale. È un merito innegabile in tempi in cui il cinema italiano non sempre rischia nuove strade e percorsi diversi. Così, Happy Family è innanzitutto un esercizio di stile, molto ben girato, ricco di riferimenti esterni al cinema (il richiamo alla famiglia disfunzionale e allo stile coloratissimo de I Tenenbaum di Wes Anderson ci pare evidente) ma anche interni allo stesso cinema del regista di origini napoletane. Dove ci siamo visti?, chiede un simpaticissimo Abatantuono a Fabrizio Bentivoglio. Forse in Marocco. Già: il Marocco di Marrakech Express. Happy Family è una rimpatriata per lo stesso Salvatores e alcuni suoi attori ma è anche un film che funziona e in cui il meccanismo appare ben oliato. Non era facile mettere sullo schermo un’opera teatrale (di Alessandro Genovesi, anche autore della sceneggiatore assieme al regista), piena di sguardi in macchina, riferimenti meta teatrali, riflessioni pirandelliane sul mestiere dello scrittore e sul rapporto tra finzione e realtà. Salvatores riesce per un’ora e mezza a non stancare il pubblico, anzi a divertirlo nonostante i tanti, forse troppi richiami al pubblico e un intreccio un po’ cerebrale di scatole cinesi per cui nel film tutti raccontano storie che si aprono per poi non chiudersi mai. L’autore della storia, un efficace Fabio De Luigi, si cimenta nella scrittura di un romanzo. I personaggi interagiscono: no, non puoi farmi finire così; devi sviluppare la storia in quest’altro modo. Lui si ribella e finisce nella storia raccontata, a recitare con i suoi personaggi, a cui racconta a sua volte delle storie. Una storia sulle storie, sul racconto, sul processo creativo, ben diverso però dal capolavoro sulla scrittura e sulla creatività come era stato lo splendido Big Fish di Tim Burton. Qui siamo più dalle parti di Pirandello e del gioco delle maschere: ma il film non stufa e il merito è proprio di una regia accattivante che sa come raccontare visivamente delle storie, incalzando i propri personaggi con una buona colonna sonora, fotografando Milano in un modo davvero suggestivo, giocando molto su colori vividi, alla Anderson appunto, e dirigendo con garbo un parterre notevole di attori ben amalgamati e decisamente a proprio agio. Non mancano vezzi autoriali che potrebbero anche dare fastidio: la lunga parentesi, inutile ai fini della narrazione, del concerto sulle note di Chopin ha come unico scopo quello di mostrare per immagini una Milano notturna, poetica, quasi inedita; oppure il colpo di scena meta cinematografico a due terzi del film, molto appariscente, forse un po’ sterile. L’impressione è che Salvatores, che nella propria carriera è stato capace di film molto buoni come Io non ho paura e parecchi non del tutto riusciti come Come Dio comanda, e che ha sempre avuto come tallone d’Achille la sceneggiatura rispetto a una tecnica che possiede con sicurezza, si sia volutamente disinteressato di una storia che è un semplice pretesto per un racconto di immagini sulla città che l’ha adottato ormai da diversi anni e che al cinema non è mai stata una location fortunatissima, e sul lavoro più bello del mondo, quello del regista, capace, come i grandi scrittori, di creare un nuovo mondo di riferimento che si nutre di opere cinematografiche e non; soprattutto si nutre e cresce grazie al mondo di fuori, il mondo vero. Il rimpianto, di fronte a un film di questo tipo, a un divertissement gustoso che non rimarrà non solo nella storia del cinema, ma neanche nella memoria recente, è che ai personaggi, per quanto appena abbozzati, ci si affeziona davvero e, al di là del giochino, persino il regista sembra essersi affezionato e legato. Forse, dando loro più corpo letterario, rendendoli più ricchi, sarebbero diventati qualcosa di diverso, più uomini e meno figurine. Ci sarebbe stato più pathos, più amore ma non necessariamente meno regia. E forse ci saremmo, tutti, divertiti anche di più.,Simone Fortunato,