Il suo nome non viene mai fatto, lo si chiama solo il Presidente. Ma che sia Bettino Craxi non può dubitarne nessuno: la trasformazione di Pierfrancesco Favino in quello che fu leader del Partito Socialista Italiano dalla metà degli anni 70 all’inizio dei 90 è clamorosa, grazie al lavoro dei truccatori ma anche al complesso lavoro dell’attore sulla voce, le movenze, i tic, le asprezze caratteriali (chi ha l’età per ricordarlo, dal vivo o in televisione, non può non rimanerne impressionato). Supportato dalla sceneggiatura, scritta dal regista Gianni Amelio con Alberto Taraglio (con dialoghi in alcuni momenti davvero acuti, brillanti, taglienti). Di nomi in effetti non ce ne sono quasi mai, e quelli che si sentono sono di personaggi inventati o di personaggi veri ma non nominati (la moglie, il figlio) o “ribattezzati”: come la figlia, che qui si chiama Anita (come la moglie di Garibaldi, che Craxi venerava) e non Stefania.

Ma partiamo dall’inizio: vediamo il momento dell’apogeo, al 45° Congresso del PSI a Milano, nel 1989. Il discorso di quello che è il leader indiscusso dei socialisti italiani è accolto da folle plaudenti, tutti i compagni lo esaltano e lo lusingano. Tranne uno: Vincenzo, ex operaio, persona tormentata e coscienza critica, che avverte il leader. Vede strani movimenti: le inchieste lo braccano in quanto tesoriere del partito, che rischia di franare. Ma il Presidente non ascolta il campanello d’allarme. Si passa poi nel 1999 ad Hammamet (cittadina tunisina sul mare amata da tempo da Craxi e dalla sua famiglia), con il Presidente condannato dalla giustizia italiana – per finanziamento illecito e per corruzione – cui è sfuggito perché certo del pregiudizio dei suoi giudici. Qui lo vediamo asserragliato in una villa che non è certo la reggia di chi lo immagina in latitanza dorata: circondato da pochi affetti (la moglie, la figlia che lo accudisce in tutto, il nipote), dai militari forniti dal Paese che lo ospita e dalle guardie del corpo, cui si aggiunge Fausto, un ragazzo taciturno e strano che irrompe di notte e porta una dura lettera del padre suicida: proprio Vincenzo, l’amico fedele travolto anch’egli dalle inchieste; l’unico a non averlo tradito. Il ragazzo sembra avere intenzioni minacciose (compra una pistola), ma il Presidente lo tratta con affetto, gli fa confidenze sul suo passato, gli consegna memorie che il ragazzo filma con una videocamera. E intanto detta alla figlia lettere e memorie, polemizza al telefono con interlocutori politici, incontra un’ex amante e saluta un vecchio avversario (democristiano) «ma mai nemico» che un po’ lo conforta e un po’ lo critica per essere fuggito.

C’è tanto, forse troppo, in un film che parte da eventi reali e li interseca con episodi e personaggi di fantasia e, sul finale, elementi onirici. Non tutto funziona: il rischio maggiore era proprio l’inserimento del personaggio di Fausto (Luca Filippi), il figlio che cerca vendetta; e che infatti non si amalgama sempre bene con la vicenda, anche se il rapporto che si instaura con il leader caduto nella polvere è interessante, perfino curioso nei gesti di complicità che l’anziano leader cerca invano, a tratti toccante. Ma è un po’ inutile l’episodio con l’ex amante (interpretata da Claudia Gerini), che però mette anche in luce il rapporto dell’uomo politico con la figlia, che detesta “l’altra” ma non esita a portare il padre da lei per farlo contento (salvo ricevere un gesto brusco e stizzito, come ringraziamento).

Ma al netto di qualche difetto Hammamet è un grande film, realizzato da un grande regista come Gianni Amelio capace di rendere palpitante una materia recente ma già del secolo scorso. E che sceglie un uomo detestato e amato parimenti, che a vent’anni dalla morte divide ancora gli animi. Il film riapre vecchie ferite, sull’uso politico della giustizia di Tangentopoli e sulla fine di Craxi. In fondo per lui ci si chiede da allora la stessa domanda che ci si fa, in contesti diametralmente opposti, per Aldo Moro: poteva essere salvato? E guarda caso, una sua frase sul Destino che l’attende («i miei piccoli occhi mortali») echeggia l’ultima lettera del politico DC ucciso dalle Brigate Rosse. Ma al di là del giudizio sul Craxi politico (si allude più volte allo scontro con gli Usa a Sigonella, echeggiano l’astio per i comunisti) e sul Craxi condannato dalla giustizia italiana (con sentenze definitive ma oggetto di scontri per la presunta durezza di chi ne avrebbe fatto il capro espiatorio del sistema) dagli uni considerato esule e dagli altri latitante, Hammamet è un film su un uomo, piegato dalla malattia e dal rancore per chi lo ha tradito o abbandonato (ma anche dai rimorsi, su tutti per la morte dell’amico Vincenzo), ma ancora orgoglioso come un leone ferito ma che sa ancora usare gli artigli (come nella scena in cui si difende da turisti italiani che gli danno del ladro); un uomo che ama teneramente l’insicuro nipote ma non sa essere grato alla figlia che l’accudisce teneramente o amare il figlio ingenuo che cerca di continuare la sua strada in politica; un figlio che lo commuove cantando un noto brano di Lucio Dalla (“Piazza Grande”: «A modo mio avrei bisogno di carezze anch’io, avrei bisogno di pregare Dio, ma la mia vita non la cambierò»), svela anche la sua insofferenza a mostrarsi fragile. E che a volte dice cose orribili alle persone che gli vogliono bene. Ed è anche, il film di Amelio, una rappresentazione dell’ex potente caduto in disgrazia e ormai inseguito dalla morte: un personaggio da tragedia greca o shakespeariana (il regista ha affermato che il personaggio di Anita si ispira a varie figure, da Elettra a Cordelia figlia di Re Lear), che pone domande capitali. Non solo sulla sua vicenda personale o sul “sistema” del finanziamento ai partiti «che riguardava tutti»: interessante la disamina di come il concetto di “popolo” – con un radicamento preciso e concreto – sia stato sostituito con quello di “gente”, dai politici che hanno sostituto la generazione spazzata via da Tangentopoli.

Tutto ciò Amelio lo fa con grande equilibrio, senza partigianeria e faziosità: non certo facendo un santino giustificante ma nemmeno il pamphlet di damnatio memoriae che tanti avrebbero voluto (e che, temiamo, gli costerà parecchie e pesanti critiche). Dopo vent’anni, un Paese equilibrato dovrebbe poter fare i conti con quello che è stato, comunque, uno dei suoi più grandi statisti. Ma ci dividiamo ancora in tifoserie scalmanate su periodi storici più lontani (la Resistenza e la Liberazione, perfino il Risorgimento), figuriamoci per fatti di vent’anni fa. Noi lo troviamo un contributo utile, per chi avrà volontà di ragionare senza preconcetti e per i giovani che non conoscono quel periodo. E anche prezioso, come riflessione storica e come confronto con quello che è diventata la politica attuale.

Ma chiudiamo sugli attori. Detto di un cast dove si apprezzano Livia Rossi (Anita) e Silvia Cohen (la moglie), il ritrovato Giuseppe Cederna (nei pochi minuti concessi a Vincenzo: in tv è stato – nelle serie sugli anni 1992, 1993 e 1994 – proprio Francesco Saverio Borrelli, capo del pool di Milano), che il cinema colpevolmente non utilizza quasi mai, e il grande Renato Carpentieri (il vecchio democristiano), nonché l’ultima partecipazione di un gigante come Omero Antonutti, non si può non tornare sulla prova mostruosa del suo protagonista: per Favino, che dopo il Buscetta di Il traditore supera un’altra prova (ma molto più difficile), non si riescono nemmeno a trovare aggettivi. Basti dire che è ormai all’altezza dei migliori attori del mondo: se avete visto Christian Bale trasformarsi in Dick Cheeney in Vice o Gary Oldman in Winston Churchill in L’ora più buia, non solo fisicamente ma come voce, carisma e carattere, potete avere un’idea della sua trasformazione. Con la differenza che Cheeney da noi lo conoscono in pochi e Churchill, per la maggior parte delle persone che vivono nel 2020, è una pagina di storia. Craxi e tutte le vicende di inizio anni 90 sono parte della vita di molti. E dopo i primi 5 minuti, mentre si tocca la montatura degli occhiali, in cui rimaniamo a bocca aperta per l’attore, in seguito non ci pensiamo più. Rivediamo Bettino Craxi. Torniamo a detestarlo o a soffrire per lui. Ecco, cos’ha fatto Pierfrancesco Favino.

Antonio Autieri