Parlare di un film di Quentin Tarantino significa, volenti o nolenti, entrare in un altro mondo. Il “suo” mondo fatto di film, musica, nostalgia, contaminazioni, attori-icone e feticismo. Anche “Grindhouse – A prova di morte” è da questo punto di vista un’esperienza nella mente cinefila di un regista più che un film in sé. A partire dal titolo e dalla vicenda, con cui Tarantino va ad omaggiare i B-movie girati negli anni ’60 e ’70 con pochi dollari da registi dotati di buona tecnica, proseguendo per un contesto, quello dei gloriosi anni ’70, ricostruiti in toto, dai colori alla fotografia, alla musica con una filologia impressionante da Tarantino, per arrivare a una vera e propria carrellata di citazioni e autocitazioni che sembra non avere mai fine. Nel nostro piccolo, abbiamo riconosciuto riferimenti a Tarantino stesso (di cui si autocitano in modo più o meno serio, tutta la filmografia da “Le iene” fino al recente “Kill Bill”, la cui controfigura, Zoe Bell, è ora stata promossa, e significativamente, al ruolo di protagonista), ma vi sono anche riferimenti al poliziottesco all’italiana, al cinema folle di Russ Meyer, al Carpenter di “1997 – Fuga da New York”, allo Spielberg di “Duel”, alle serie tv degli ani ’70, alle musiche di Pino Donaggio e Ennio Morricone, eccetera, eccetera, eccetera. Il gioco è interessante e Tarantino ha la capacità rara di inchiodare lo spettatore alla poltrona con pochissimo, anche con una storia, anzi due, che hanno il respiro al massimo per un mediometraggio. Tutto il resto è puro gioco ossessivo e ossessionante, un manierismo scintillante e sterile fatto di tabù violati (lo sguardo in macchina di Stuntman Mike), di dialoghi privi di senso (e comunque meno ispirati e divertenti di “Pulp Fiction” o “Le iene”), di studi e sperimentalismi cromatici (la fotografia è dello stesso Tarantino). E’ un gioco autoreferenziale, piacevole allo spettatore cinefilo, irritante per lo spettatore normale. L’impressione, comunque, da cinefili appassionati, è che per Quentin, imboccata ormai la strada per la maniera pura, sarà sempre più difficile tornare sui propri passi, e cioè a raccontare la realtà attraverso il cinema o anche il cinema attraverso il cinema. Che riprenda, invece, a raccontare qualcosa, lui che può, lui che ne è capace, lui che ha talento. E che la smetta di sezionare film e sequenze come fossero i brandelli morti di un cadavere.,Simone Fortunato,