L’immigrazione rimane tema sempre d’attualità. E diciamolo subito: Green Border ha l’effetto di un pugno nello stomaco, ma è una testimonianza cinematografica veramente determinante per capire quel che sta accadendo adesso, attraverso gli avvenimenti di pochi anni orsono. La regista polacca Agnieszka Holland dimostra sempre una grande passione per le vicende legate al suo paese e all’Europa: il racconto di questa tragedia della fatica, del dolore, della brutalità, girata in un cupo bianco e nero, riguarda la zona di confine tra Polonia e Bielorussia, il luogo di un calvario apparentemente senza fine per chi ha avuto il destino di finirci.

Negli ultimi anni, il presidente bielorusso Alexander Lukashenko ha consentito l’ingresso nel territorio del Paese di rifugiati provenienti dal Medio Oriente, incoraggiando cinicamente la loro speranza di arrivare senza difficoltà nell’Unione Europea attraverso il confine polacco della foresta di Białowieża. In realtà la sua strategia era di punire e indebolire l’Europa per le sanzioni contro la Bielorussia. Ammettendo questi disperati e facendoli attraversare clandestinamente la frontiera polacca, ha alimentato il risentimento e l’aggressività dei polacchi, che non si sentivano in dovere di nutrire e ospitare questi immigrati, ma si limitavano semplicemente a ributtarli oltre il filo spinato del confine, costretti così a vivere (o morire) in una foresta desolata. Questa strategia di destabilizzazione del “confine verde” della Bielorussia ha così spinto la Polonia in una xenofobia paranoica.

Il dramma della Holland copre un piccolo ventaglio di figure coinvolte in questo abisso di disperazione, fame, paura e cinismo politico: rifugiati provenienti dalla Siria, dall’Afghanistan e dall’Africa; una guardia di frontiera polacca con una moglie incinta che si fa scrupoli per la brutalità cui viene spinto dai superiori; e una psicoterapeuta polacca inorridita alla vista della morte di un bambino rifugiato, che decide di unirsi a un gruppo di giovani attivisti che fanno incursioni nella foresta per fornire quel poco di aiuto medico e assistenza legale ancora consentiti dalla legge. Il risultato è un film cupo ma avvincente, un misto tra un film di guerra e un dramma post-apocalittico, nel quale la foresta è il posto di una disperata lotta per la sopravvivenza vissuta da persone la cui umanità è stata quasi completamente annullata, fino a renderli degli zombi. Ma il film della Holland mostra anche, paradossalmente, la faccia migliore della medaglia: quando la guardia di frontiera polacca viene mobilitata per accogliere migliaia di rifugiati ucraini che scappano dal loro paese bombardato dai russi di colpo, sembra che tutti si rendano conto dell’umanità di quelli che stanno di fronte. Nella tragedia, una speranza.

Beppe Musicco

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