In concorso alla Mostra del cinema di Venezia (1-11 settembre) è passato l’altro giorno The Power of The Dog della neozelandese Jane Campion, che dopo dodici anni dedicati soprattutto alla serialità torna al cinema con un western “esistenzialista” (suo era Bright Star del 2009 e il premio Oscar Lezioni di piano). Tratto dall’omonimo romanzo di Thomas Savage, il film segue le vicende di due fratelli, il misurato George e il prepotente Phil, proprietari di un ranch nel Montana degli Anni Venti del secolo scorso: quando George sposa la vedova Rose, Phil fatica ad accettare la convivenza con la cognata e con il suo problematico figlio adolescente.

Benedict Cumberbatch si cala mimeticamente nella parte del rozzo ma colto Phil, restituendone tutte le ruvidità e le sfaccettature psicologiche; non da meno sono i rapporti complessi che instaura con i personaggi di Kirsten Dunst e Kodi Smit-McPhee. Fotografia e regia della Campion lasciano respirare – talvolta a scapito del ritmo – uno spazio in trasformazione, tra il vecchio west machista e un nuovo mondo che inizia a farsi largo, con nuovi mezzi e aspirazioni. The Power of The Dog, purtroppo, non accompagna lo spettatore fino in fondo all’interessante direzione intrapresa, con passaggi bruschi che stonano all’interno di un film così misurato. Quello della Campion è però un felice ritorno sulla scena, con un’opera immersiva e sottile, prossimamente anche su Netflix. (Roberta Breda)

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Nuovo film in concorso con Spencer di Pablo Larraìn. Anche il regista lo ammette: «La famiglia reale è molto discreta. Potrà apparire anche in pubblico, ma a un certo punto le porte si chiudono e non c’è modo di sapere cosa stia accadendo dietro di esse». Larraìn costruisce un immaginario week-end natalizio nella residenza reale di Sandringham, dove il matrimonio in crisi tra Carlo e Diana è messo ancora duramente alla prova dai rituali e dagli obblighi del protocollo reale. Diana (Kristen Stewart), esasperata dall’insensibilità del marito e dal controllo esercitato sul suo comportamento da un severo funzionario della casa reale (Timothy Spall) si rifiuta di adeguarsi, scivolando nei ricordi della sua infanzia.

Il problema di Spencer comincia con la scelta della protagonista: Kristen Stewart “recita” Diana più che entrare nel personaggio. La sua è un’interpretazione molto caricata, nella quale ammiccamenti, posture, gestualità sembrano sempre poco spontanei e affettati (la scena nella quale si mette a ballare da sola rivela anche evidenti limiti nel movimento), ma soprattutto manca totalmente del contagioso carisma che tutti riconoscevano alla defunta principessa. Fin dalle prime inquadrature la figura della principessa appare come quella di una donna con evidenti problemi psichici, in difficoltà a riconoscere la differenza tra reale e immaginario (è convinta di essere in comunicazione con Anna Bolena, seconda moglie di Enrico VIII poi decapitata), costantemente con la paranoia di essere spiata dai fotografi e controllata attraverso il personale di servizio.

Se la famiglia reale è ridotta a un monologo di Carlo e una breve frase della Regina, maggior risalto hanno le figure di contorno, come il già citato Spall, lo chef (Sean Harris) e Sally Hawkins, che interpreta la cameriera privata della principessa, (e che pure non manca di dichiarare il suo amore omosessuale nei confronti di Diana).

La Stewart ha detto di aver guardato a lungo la serie The Crown per calarsi meglio nel ruolo di Diana; spiace dirlo, ma evidentemente non è bastato a migliorare un film dalla trama fatta in gran parte di scene immaginarie, da dialoghi che non aiutano la storia e dai soliti luoghi comuni sulla freddezza della monarchia inglese. (Beppe Musicco)

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È un blockbuster duro e puro il nuovo Dune di Denis Villeneuve, presentato finalmente Fuori Concorso a questa 78ª Mostra del Cinema di Venezia dopo una lunghissima attesa dei fan. Voci dicono che i biglietti e i posti per gli accreditati si siano esauriti pochi minuti dopo l’apertura delle prenotazioni, e in effetti il film del regista di Arrival era probabilmente il più atteso tra gli attesi del festival veneziano.

Tratto dal lungo, omonimo libro scritto da Frank Herbert nel 1965 e già riadattato da David Lynch nel 1984, questo nuovo scintillante Dune segue quasi alla lettera la versione libresca della storia. Protagonista è il fresco volto di Timothée Chalamet, qui nei panni di Paul Atreides, figlio del duca Leto (Oscar Isaac) e di Lady Jessica (Reebecca Ferguson), ed erede di Arrakis, pianeta interamente desertico dalle cui sabbie si genera “la spezia”, una sostanza capace di allungare la vita e rendere possibili i viaggi nello spazio. Quando però antiche rivalità tra i popoli dei pianeti vicini si intrecciano a complotti manovrati dall’imperatore dell’universo, la casata degli Atreides viene sottratta del proprio potere e della propria casa, trovandosi costretta a combattere per riconquistarsi un posto nel mondo.

Scenari magnificenti, fughe al cardiopalma e combattimenti all’ultimo sangue dettano il ritmo di Dune, che letteralmente non ha badato a spese – la produzione conta un budget di circa 165 milioni di dollari – per offrire allo spettatore un’esperienza visiva rivoluzionaria. Lo sforzo tecnico è innegabilmente notevole, la struttura narrativa è dinamica e ben equilibrata nei tempi: nonostante le oltre due ore e mezza di durata Villeneuve intrattiene infatti in modo intelligente, senza mai perdere il ritmo del racconto e appassionandoci a una storia dei cui futuri risvolti siamo sempre più curiosi. Le atmosfere riecheggiano Star Wars in più occasioni, complice probabilmente l’ambientazione spesso “interstellare” e una certa frammentarietà del panorama dei – numerosi – personaggi coinvolti. Non ci resta allora che aspettare il Capitolo II di questo nuovo format, già messo in produzione, con un’unica nota di demerito: la colonna sonora di Hans Zimmer è tra le sue peggiori, dopo la prima ora lo spettatore non può che risentirne e domandarsi se davvero ci sia bisogno di rimarcare ogni plot twist, ogni singolo evento messo in scena con un accompagnamento musicale così invasivo. (Letizia Cilea)

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Sull’onda del recente successo riscosso dalla Ferrante e dalle sue numerose opere, Maggie Gyllenhaal approda alla Mostra con il suo esordio da regista e ci regala The Lost Daughter, un film dalle grandi ambizioni autoriali che, al netto di qualche ingenuità da principiante, riesce ad arrivare al cuore dei suoi temi e a cogliere la fragilità dei suoi protagonisti. Tratto dal libro La figlia oscura, The Lost Daughter racconta la strana storia di Leda Caruso, docente di letterature comparate in vacanza presso un’isoletta greca: la quiete, il sole e il mare accompagnano la sua permanenza, finché l’arrivo di una grande famiglia allargata non provocherà in lei un cortocircuito di ricordi sulla sua esperienza della maternità, dell’amore e della famiglia. Il viaggio di Leda si svolge dunque in un continuo alternarsi tra flashback della sua vita passata e scene dal presente, in un vortice di sentimenti, memorie, sensi di colpa e tentativi di liberarsi dai fantasmi tenuti in vita dalle scelte compiute in passato.

Drammi e gioie della maternità emergono dal volto sempre teso di Olivia Colman, sempre profonda e capace, attraverso le sue micro-espressioni, di dare una marcia in più ai suoi personaggi. Il film, va detto, pecca di dispersione in alcuni punti ed è tacciato da qualche ingenuità nella gestione degli snodi cruciali della storia, ma il risultato è tutto sommato più che soddisfacente: raccontare la maternità e le sue difficoltà non è semplice, farlo in modo originale lo è ancora meno, la Gyllenhaal ci riesce, e allora touché per il suo primissimo esordio. (Letizia Cilea)

 

 Nella foto grande: Dune di Denis Villeneuve

Due video reportage dei nostri inviati alla Mostra Roberta Breda, Letizia Cilea e Beppe Musicco