Che George Clooney non fosse solo un divo belloccio e vacuo lo si sapeva da tempo, almeno per chi segue le cose di cinema un po’ in profondità. Non tanto, come scrivono i media “progressisti”, per le sue idee sulla guerra in Irak e su Bush (troppo facile, il 90% delle star hollywoodiane è democratico, pacifista, antimilitarista). Quanto per le sue “azioni”, ovvero i suoi film. Da interprete, pur giocando spesso sul terreno commerciale, non si è mai abbassato a film che potessero rovinargli la reputazione (il peggio è stato Batman 4, ma era comunque una serie cult, e La tempesta perfetta, comunque una storia vera e drammatica), per pure ragioni “alimentari”: blockbuster spesso e volentieri, insomma, ma mai indecenti, sempre con una logica di fondo; con i fratelli Coen ha dato il suo meglio in due film. Da produttore, ha realizzato con il socio Soderbergh parecchie cose interessanti, come Ocean’s Eleven e relativo seguito (film di azione ironici e intelligenti). Soprattutto, da regista ha realizzato prima il difficile ma intrigante Confessioni di una mente pericolosa. E adesso questo intenso e narrativamente asciutto film, ingiustamente scippato della vittoria a Venezia (da dove è tornato con il premio per la sceneggiatura e il protagonista), che lo consacra Autore a tutto tondo (è anche coautore della sceneggiatura). In un bellissimo bianco e nero, supportato da ottime interpretazioni, a cominciare dal protagonista David Strathairn – e Clooney ha avuto l’umiltà di scegliersi il ruolo laterale di Fred Friendly, produttore dell’anchorman su cui ruota la storia – Good night, and good luck racconta la vera storia del giornalista tv Edward Murrow, che nel 1953 sfidò il senatore McCarthy: a capo della commissione per le attività antiamericane, che dava la caccia alle “streghe” comuniste, il potente politico (che pure contribuì a smascherare parecchie spie russe) abusò del suo ruolo, perseguitando anche innocenti con metodi illegittimi. La pellicola di Clooney, sobria e mai faziosa (anche se schierata), si limita apparentemente a raccontare i fatti, con essenzialità. Ovvero la dura battaglia di un giornalista e della sua redazione – tutto nasce dalla cacciata dall’esercito Usa di un immigrato sospettato senza prove di essere un “pericolo per la nazione” – contro il potere di un uomo inattaccabile e vendicativo: sostenuto dalla rete Cbs, ma solo fino a un certo punto (per paura del potere ma anche di un crollo pubblicitario), che alla fine relegò i suoi programmi in orari marginali. Una Cbs comunque più “progressista” politicamente di altri canali, ma così “retrò” da non ammettere i matrimoni tra colleghi, come dimostra la sottostoria di Robert Downey Jr. e consorte.,E per non caricare il “nemico” di connotazioni caricaturali, come spesso succede in film “politici”, Clooney sceglie la via di rappresentare McCarthy oggettivamente, solo con filmati di repertorio. Come dire, questo è il vero McCarthy: nessun attore lo avrebbe reso meglio. Il risultato è un film (il cui titolo è la citazione della formula di commiato che Murrow pronunciava alla fine di ogni puntata del suo programma) che racconta una pagina di storia americana poco nota da noi in tutti i suoi dettagli, o comunque dimenticata. Che appassiona per il metodo e la passione a favore del giornalismo che mira a difendere, sempre e comunque, la verità. E a non abbassare la schiena di fronte al Potere. E seppur con i limiti del film “schierato” (un po’ di manicheismo è da mettere in conto, con buoni e cattivi divisi nettamente anche se con finezza), Good night, and good luck spiazza chi ne voleva fare una bandiera antiamericana alla luce degli eventi di questi anni: anzi, conferma come quella democrazia (altro esempio più celebre è il caso Watergate raccontato in tanti film) abbia anticorpi più forti di qualsiasi tentativo di limitarla.,Antonio Autieri