L’esordio alla regia di Ben Affleck è una vera sorpresa. L’attore che si rivelò insieme all’amico e cosceneggiatore Matt Damon con Will Hunting – Genio ribelle (per il quale insieme vinsero l’Oscar per il miglior script) si era velocemente imbolsito e impigrito, nella scelta di film sempre meno interessanti. Negli ultimi anni, in realtà, già come attore aveva fatto scelte meno scontate e più interessanti (come Hollywoodland, per il quale vinse la Coppa Volpi a Venezia). Ma un film come Gone baby Gone, suo primo film da regista, da lui non se lo aspettava nessuno: chi poteva pensare che Affleck potesse cavarsela così bene dietro la macchina da presa? Primo colpo è stato aver scelto per il debutto il romanzo omonimo di Denis Lehane, che è anche autore di quel Mystic River che nelle mani di Clint Eastwood è diventato un film indimenticabile. Seconda mossa azzeccata: aver ingaggiato il fratello Casey, più bravo di lui come interprete e che migliora film dopo film (è stato di recente L’assassino di Jesse James). Spalleggiato da un ricco cast che vede tra gli altri le giovani Amy Ryan (candidata all’Oscar per questo film come miglior attrice protagonista) e Michelle Monaghan e due grandi come Ed Harris e Morgan Freeman.

“Come si fa da andare in Paradiso con tutte le cose cattive che ci sono al mondo?” chiede la voce fuori campo del protagonista all’inizio del film, e si risponde con le parole del suo parroco: essendo prudenti come serpenti e puri come colombe. Ed è quello che cerca di essere Patrick Kenzie durante il maledetto caso del rapimento della piccola Amanda: che lui accetta (“Le cose che ti fanno diventare quello che sei sono quelle che non scegli”), nonostante l’iniziale ritrosia, e che la sua fidanzata e collega Angie Gennaro vorrebbe rifiutare. La loro agenzia di investigatori privati di solito si interessa a piccoli casi, di gente scomparsa perché scappata da casa. E quando sparisce una bimba di 4 anni e la zia si rivolge a loro, all’inizio non vorrebbero accettare. Il timore della ragazza è di ritrovare la piccola cadavere “in un cassonetto” e di non riuscire a star di fronte a tanto male. Anche l’impatto con la madre non induce a buoni pensieri: drogata, alcolizzata, sempre con un uomo diverso… Si capisce subito che è anche colpa sua se la bambina è stata rapita. E non solo per le sue continue distrazioni. Forse, è la vendetta a un suo sgarro… E intanto la polizia brancola nel buio, e non vede di buon occhio la collaborazione di Patrick ed Angie. Mentre nuove figure abiette (spacciatori, pedofili, violenti di ogni tipo) affollano il quartiere Dorchester di Boston dove si svolge la vicenda.

I colpi di scena si susseguono, e quando a metà film tutto sembra concluso in realtà si intuisce che tutto deve ancora cominciare. E ogni volta che si scopre un mistero di abiezione, subito altri risvolti oscuri e angoscianti emergono, in un continuo rivelarsi del Male in tutte le sue forme. Anche quando sembra ammantarsi di buoni propositi. Nel film di Ben Affleck, giallo con tinte noir, i caratteri sono definiti con mezze ombre e ambiguità, anche i “buoni” hanno i loro lati oscuri o commettono peccati di cui sentono il rimorso e i “malvagi” potrebbero avere buone giustificazioni. E anche quando alcune situazioni potrebbero sembrare poco verosimili, sono le interpretazioni dei protagonisti a regalare verità esistenziale alle stesse. Si gioca con gli stereotipi del genere (l’eroe fragile, i segreti di famiglia, il marcio nella polizia) ma per raccontare storie inconsuete. E non senza un giudizio, perché non sono indifferenti le scelte che ognuno fa. Patrick, cercando la verità con decisione nonostante le sue debolezze, si trova spesso a un bivio, e nel finale – da non rivelare – ancora di più: quando dovrà prendere una decisione non facile (e scommettendo sull’impossibile cambiamento di una madre snaturata), e assumersene la responsabilità fino in fondo. Prendendosi anche carico, concretamente, delle conseguenze della sua scelta.

Antonio Autieri