Ennesima variazione dell'opera teatrale più saccheggiata dal cinema, Gnomeo e Giulietta punta al difficile obiettivo di non stancare un pubblico che, almeno a spanne, dovrebbe conoscere la vicenda immortalata dal Bardo. La sfida è raccolta da Kelly Asbury, regista del secondo capitolo di Shrek, e il tono e il registro di Gnomeo e Giulietta proprio da lì discendono. Se la storia è risaputa – fatta eccezione per il finale – l'operazione consiste nella ripresa di riferimenti alti o comunque notissimi del mondo del cinema e del teatro e nel loro abbassamento a un livello più popolare, per far sorridere e intrattenere. In Shrek si scherzava coi mostri sacri della Disney e con i personaggi senza tempo delle fiabe; in Gnomeo e Giulietta si gioca con i personaggi letterari. Ma il risultato è diverso. Asbury, il cui Shrek 2 era decisamente inferiore al primo capitolo, non ha la stoffa dei grandi registi e gioca su un livello narrativo e umoristico fin troppo basso. La comicità è di grana grossa e il livello è ben rappresentato dalle spalle comiche dei due protagonisti, più stupidine che realmente divertenti; se non volgari, come il nano da giardino che prende il sole indossando lo stesso costumino rosa di Borat. La trama è assai esile; le gag comiche sono spesso estemporanee per non dire casuali e il ritmo della vicenda non è sempre altissimo. Ci sono però alcune cose buone: c'è una certa cura nel rendere realistiche, tonde, persino “pesanti” le figurine fragili di ceramica; alcune citazioni sono divertenti, quella in apertura a Gioventù bruciata e alla celebre corsa in macchina, diventata qui gara di tagliaerbe tra la fazione dei nani blu e quella dei rossi; lo spot, decisamente la cosa più simpatica e originale del film, di Terrafirminator, una sorta di mostruoso e gigantesco tagliaerbe Terminator; la presenza del Funghetto, personaggio muto ma buffo ed espressivo, compagno delle avventure di Gnomeo, un vero e proprio omaggio al Wall-E della Pixar. Ma poco altro. L'operazione è nel complesso dubbia: da un lato, non si sorride sempre e a sorridere meno saranno i bambini che non potranno cogliere i riferimenti cinematografici (tra le altre cose una citazione dello scespiriano As you like it e un omaggio evidentissimo ad American Beauty) e nemmeno i giochi di parole che in originale sono molti e anche arguti (Uno per tutti: May He Rest in peace che diventa May He Rest in pieces, visto che in nani si rompono quando cadono). Dall'altro, trama e personaggi sono troppo ridotti ai minimi termini per convincere un pubblico più adulto che si troverà di fronte a gag cinefile giustapposte e spesso slegate tra di loro. Ma ancora meno si divertirà il pubblico, grande e piccino, di casa nostra che assisterà ad un film snaturato da un doppiaggio che forse per strappare qualche sorriso in più, magari sulla scorta di Benvenuti al sud o di qualche altra commedia dialettale, fa parlare i blu secondo cadenza e timbro dei dialetti del Nord Italia, mentre quelli rossi discorrono in napoletano e calabrese. Solo Francesco Pannofino, noto doppiatore di George Clooney (e da qualche anno impegnato anche come ottimo attore: è il “regista” nella serie tv Boris ora anche al cinema), e che qui presta la voce allo stralunato Piumarosa, riesce a essere divertente e a non apparire stucchevole. Il risultato è nel complesso abbastanza sconfortante e l'operazione linguistica appare del tutto fuori luogo, principalmente perché sono voci appiccate e artefatte che confondono e non aggiungono nulla. Anzi, danneggiano il film e anche la ricca, sin troppo ammiccante colonna sonora composta, tra gli altri, da molti successi di Elton John, qui anche nei panni di produttore esecutivo. Pensare che in originale le voci sono dei vari James McAvoy, Emily Blunt, Michael Caine, Julie Walters e Hulk Hogan (il Terminator tosaerbe), e vedere quello che è diventato in italiano, cioè una brutta copia di una commedia qualsiasi di pupazzi, fa scappare la pazienza. E, piuttosto che innescare la risata, mette solo tanta tristezza., ,Simone Fortunato