Tratto dal romanzo di Sandro Veronesi, Gli sfiorati sposta la sua ambientazione dagli anni 80 ai giorni nostri ma lascia intatto il cuore della storia. Che è quella di Mète (interpretato da un Andrea Bosca più versato nella commedia che in un dramma potenzialmente devastante con venature melò) che, non ancora ripresosi dalla morte della madre, deve affrontare le nozze di un padre assente da sempre nella sua vita. Padre che, dopo vent’anni di convivenza, torna a Roma per sposarsi con la compagna e “scarica” a casa di Mète la figlia Belinda. Giovanissima, affascinante e indolente, lei si sistema sul suo divano in pose provocanti evitando di metter piede fuori casa, attraendo (ma anche respingendo) Mète e flirtando con l’amico di lui Damiano che passa da una donna all’altra. Mète cerca di evitarla, e insieme all’amico Damiano fa compagnia al collega più anziano Bruno, grafologo e intristito dall’abbandono della moglie. Attorno a Mète si avvicendano altri personaggi, tutti abbastanza squinternati. O meglio, “sfiorati” come li chiama l’amico Bruno: persone che non ascoltano, non sanno se amano o no, che vivono in un loro mondo a parte. Mète ne è la sintesi perfetta: indeciso in tutto, si lascia vivere (si veda la seduzione “subita” dalla donna più grande e sciroccata di lui, interpretata da Asia Argento) e sembra costantemente fuori dalla realtà; e non solo quando ha preoccupanti allucinazioni.,Sembrano “sfiorati”, in questo senso, praticamente tutti i personaggi del film di Matteo Rovere, giovane regista all’opera seconda dopo il modesto Un gioco da ragazze. Ancora una volta mette in scena l’impudica sensualità di un’adolescente – con tanto di locandina esplicita – che passa le giornate in maglietta e mutandine salvo vestirsi in abito da sera per la grande seduzione finale in cui si sfocia in un incesto prevedibile. Disagio e spaesamento giovanile sono argomenti frequentatissimi, da decenni, dal cinema: ma hanno trovato, e trovano continuamente, numerosissimi esempi più convincenti di questo film. Che, tra cliché e banalità e un’assenza di profondità e respiro, spreca anche i pochi momenti sinceri (come racconto dell’abbandono del padre da parte del protagonista, quando era bambino) e numerosi bravi attori come Claudio Santamaria, Michele Riondino, Asia Argento e Massimo Popolizio. Irrita, più di tutto, un finale che vorrebbe essere sorridente e riconciliante, con tanto di canzone di Eros Ramazzotti cantata da padre, neo moglie e i due figli di primo e secondo letto, e suona invece falso e irritante.,Antonio Autieri