Mariagrazia è una vedova altoborghese che, a Roma, vive al di sopra delle possibilità. Ha un compagno, Leo, che la mantiene e le paga i debiti ma che non è del tutto disinteressato. Mariagrazia ha due figli, Michele – annoiato e sfaccendato, che ha una relazione con l’amica della madre, Lisa – e Carla che, a 18 anni, sogna di fare la youtuber. Per risollevarsi economicamente, Leo propone a Mariagrazia di vendergli l’attico in cui vivono. È a questo punto che Michele si insospettisce e, grazie a Lisa, capisce che il realtà l’uomo li vuole definitivamente in miseria. La tensione in casa sale e si complica quando Leo molesta pesantemente Carla…

Leonardo Guerra Seragnoli, qui al suo terzo film, con Gli indifferenti si cimenta con il romanzo del 1929 di Alberto Moravia che era già arrivato al cinema nel 1964 e poi come miniserie in Tv nel 1988. Il regista traspone la storia ai giorni nostri e rimane sostanzialmente fedele al racconto, distanziandosene solo nel finale. Affida i ruoli principali a Valeria Bruni Tedeschi (Mariagrazia) ed Edoardo Pesce (Leo); i figli sono impersonati da Vincenzo Crea (Michele) e Beatrice Grannò (Carla) mentre Giovanna Mezzogiorno è Lisa. Efficace la descrizione dell’ambiente borghese in cui vive la famiglia Ardengo, così come l’inconsistenza di Michele e Carla e l’ambiguità di Leo.

È soprattutto Mariagrazia a non voler accettare la realtà di un ridimensionamento economico e, pur di mantenere il livello di vita che le garantisce Leo, non si accorge di quello che le accade intorno e sembra rimanere indifferente quando la figlia le dice di essere stata abusata da Leo. Ma Mariagrazia è infelice e la Bruni Tedeschi lo sa rendere molto bene nei primi piani che il regista le dedica, soprattutto nella scena di un ballo malinconico e solitario e di un pianto soffocato e disperato. Se la sua interpretazione e quella di Pesce sono molto ben riuscite, più deboli risultano quelle dei due figli e anche il personaggio di Giovanna Mezzogiorno.  Nel complesso il film di Guerra Seragnoli è sicuramente interessante, trasmette il senso di soffocamento che si può vivere in determinati ambienti che vivono di apparenza ma il finale, con il gesto di dignità e di ribellione di Carla (che nel libro non c’è), simboleggia forse la presa di coscienza della giovane che con la realtà – anche se drammatica – bisogna fare i conti e che evitarlo porta solo infelicità.

Aldo Artosin