La vita quotidiana, i gesti, le parole, i primi amori di una classe di bambini raccontati dentro e fuori le aule di scuola, e il mondo degli adulti che li circonda sullo sfondo di un paesino francese negli anni 70. Si tratta di un film episodico, un po’ alla Amarcord del nostro Fellini, con tante storie al suo interno, tanti affreschi ritraenti piccole situazioni quotidiane (lezioni scolastiche, visioni cinematografiche collettive quasi a mo’ di manifestazioni culturali, ecc.), che si compenetrano le une con le altre, a partire dai suoi personaggi e dalle giornate che essi vivono. Ci sono i fratelli De Luca, di buona famiglia, simpatici e scanzonati. C’è Patrick, timido e orfano di madre, che vive prendendosi cura del padre disabile e si innamora della madre di un suo compagno di classe. C’è il maestro Richet, giovane sposo in attesa del primo figlio, affezionato e legato ai suoi alunni. C’è la maestra Chantal, più rigida. E c’è anche Julien Leclou, oppresso dagli abusi della famiglia, la cui vicenda fa un po’ da fil rouge a tutta la pellicola. Queste, e tante altre storie orbitali, sono i tanti elementi messi in campo da François Truffaut in questa vivace narrazione, che si sviluppa tra gli ultimi mesi scolastici e l’inizio della colonia estiva dei suoi giovani protagonisti.

I titoli di testa e la scena iniziale del film sono la chiave di lettura dello stesso. Nei titoli infatti vediamo le magnifiche inquadrature, tra le più belle di tutto il lavoro, in cui una schiera di bambini urlanti corre a rotta di collo tra le viuzze vuote del paesino. È la forza dirompente e vitale dei bambini, il loro grido esistenziale sano e genuino, quello che ci viene mostrato in questo film.

Nella prima scena vediamo poi Martine imbucare una lettera indirizzata a suo cugino; in macchina ad aspettarla c’è il padre che la osserva. Il padre è interpretato proprio da Truffaut: è l’unica scena in cui appare. Quello è il suo sguardo, la posizione di chi ha in mano la macchina da presa, il primo spettatore. La posizione dell’autore coincide in questo caso con quella dello spettatore: un adulto, un padre, che guarda in silenzio la propria figlia. È difficile che un bambino dell’età dei protagonisti del film possa capire quello che viene messo in scena. È solo un’esperienza adulta che fornisce gli elementi adeguati per capire (o almeno cercare di farlo) i significati dei pensieri e delle azioni dei fanciulli e le trame che li uniscono. Il bello dei bambini del film è proprio questo: essi esprimono tanto, dicono tanto della realtà per il modo in cui la affrontano; ma non ne hanno fino in fondo consapevolezza, non hanno cognizione di causa, perché il loro è lo slancio naturale, puro, di chi inizia a conoscere il mondo e a guardarlo con occhi ancora privi di filtri. È proprio questa purezza che l’adulto deve preservare e imparare a guardare.

È bello, veramente bello, lasciarsi trasportare dagli occhi di Truffaut – dai suoi totali, dai suoi campi – sempre attenti, sempre vividi, in grado di abbracciare la realtà e di proporla con calore agli spettatori. Gli anni in tasca, o meglio, L’Argent de Poche (titolo che ha poco a che vedere con la sua traduzione italiana), è un film che ci riavvicina ad un mondo a cui è sempre necessario tornare: chi non ha bisogno – come Patrick, Leclou, i fratelli De Luca – abbiamo bisogno di imparare ad amare e a essere amati?

Giuseppe Fonti