Nella Bologna di metà anni 50, al bar Margherita di via Saragozza staziona un gruppo di personaggi folkloristici e sopra le righe. Tra questi, il giocatore incallito di biliardo e carismatico “capo”, il maniaco che impazzisce per ogni donna che passa e vende auto rubate, il sarto che truffa preti e suore, il meccanico che sogna di andare a Sanremo, il candido che si fa “accalappiare” da una fidanzata improbabile (e gli “amici” lo salveranno da un matrimonio che non s’ha da fare), senza contare il povero gestore Walter che tutti chiamano Water… E anche un ragazzino che ambisce a entrare nel giro dei grandi, a ogni costo. Il bar ha le sue regole, misogine e cameratesche: per esempio, le donne non vi hanno accesso; e se qualcuno preferisce la donna agli amici, gli amici intervengono. Gli scherzi sono spesso pesanti, ma l’affetto tra i suoi componenti è palpabile, per quanto mai ovviamente esplicitato.,Gli amici del bar Margherita è un film godibile e divertente ma tutt’altro che superficiale, in cui Pupi Avati torna ai luoghi e alle atmosfere preferite, nella Bologna (peraltro ricostruita a Cuneo) della sua adolescenza. E lo fa con un piglio brillante e una verve che mancava in altri recenti film analoghi, quelli appunto del filone romantico-nostalgico. Nel tempo il suo sguardo sembrerebbe incattivito, e in effetti possono sorprendere certi scherzacci da Amici miei, certe goliardate crudeli o certe sbandate ciniche dei suoi personaggi. Come il giovane, e solo apparentemente timido, protagonista Taddeo che non esita a occultare la morte del nonno – colpito alla fine della sua vita da passione, davvero letale, per una giovane maestrina di pianoforte – durante la propria festa di compleanno per non interrompere un ballo con la ragazza carina cui aspira. Ma in realtà Avati – che in Taddeo si riconosce: tanto da aver scelto nella sua giovinezza di distanziarsi da quel mondo, come Taddeo nella foto di gruppo finale – è, come sempre, affettuoso e complice verso i suoi piccoli anti eroi, di cui conosce tic e sfumature psicologiche. Il regista emiliano ammira quei rapporti e quei sentimenti, assolve benevolmente le loro cadute e le loro miserie, soprattutto è saggiamente consapevole che l’umanità è questa: reale, concreta e non idealizzata, quindi imperfetta. Nel bar Margherita, da cui comunque appunto Taddeo dovrà allontanarsi se vorrà crescere (nella scena finale che vale il film, come la battuta «è più bello da qui»), si può diventare uomini anche se a prima vista si è solo simpatiche canaglie; un po’ come il Moraldo de I vitelloni, film dell’amato Fellini cui Avati ha senza dubbio pensato.,Una parola, infine, per il variegato gruppo di attori messo insieme da Pupi Avati insieme al fratello Antonio, produttore con lui di tutti i suoi film: tutti sono intonati e in forma, da chi ha già lavorato con gli Avati Bros. (lo “storico” Gianni Cavina, ma anche Diego Abatantuono che è ormai un fedelissimo al quinto film, e poi Katia Ricciarelli scoperta per il cinema da Pupi con La seconda notte di nozze, Neri Marcorè già in Un cuore altrove, Claudio Botosso protagonista nel suo ormai lontano Impiegati) e chi lo fa per la prima volta; dal bravissimo esordiente Pierpaolo Zizzi a un Luigi Lo Cascio inedito in una parte comica che gli sta a pennello e rinnova il suo repertorio, da un Fabio De Luigi come sempre simpatico alle belle Laura Chiatti e Luisa Ranieri che per la prima volta dimostrano di saper recitare bene.,Antonio Autieri