Firmata da un acclamato regista teatrale, questa anomala biografia letteraria entra in modo preciso anche se non sempre appassionante nelle pieghe di uno dei lavori più complessi e insieme più nascosti che esistano, quello dell’editor (all’epoca esisteva quello letterario, ora anche quello cinematografico).

Max Perkins (interpretato in modo non particolarmente sottile da Colin Firth) è forse il più famoso di questi uomini responsabili del “parto” di grandi opere letterarie; oltre che con Thomas Wolfe, Perkins lavorò con Hemingway e Scott Fitzgerald, che qui compaiono in brevi camei. Il cinema è da sempre affascinato dalla creazione letteraria ma uno scrittore all’opera è assai meno affascinante di un artista (a parte mordicchiare penne d’oca come lo Shakespeare in love di Joseph Fiennes o scrivere ansiosamente a macchina c’è poco altro da fare). Qui Jude Low sfodera tutto il campionario del genio focoso e incompreso, destinato a luminosa quanto breve parabola di successo, con tanto di amante al seguito (è Nicole Kidman, sempre un po’ sopra le righe anche lei), catturando se non altro la nostra simpatia umana con la sua triste parabola. Il Perkins di Colin Firth, oltre che correggere a penna e a tagliare in abbondanza le opere fiume di Wolfe, se ne fa carico accogliendolo in casa e di fatto condividendo con lui un pezzo di vita.

L’intensissimo rapporto tra i due, nella furia creativa diventa totalizzante e finisce per creare scompensi sia nella vita famigliare di Perkins che a suscitare anche le gelosie dell’amante di Wolfe. Il contrasto tra l’uomo di famiglia misurato di Firth e il gigionesco artista di Law è da manuale (fin troppo) ed è il cuore di tutta la storia. Ma non basta da solo a sollevare un film troppo compiaciuto e corretto, destinato a piacere solo ai più indomiti amanti del genere.

 Laura Cotta Ramosino