Henry Brogan (Will Smith), 51 anni, è il migliore assassino professionista in circolazione, e la sua mira infallibile è da sempre a disposizione dei servizi segreti. Una vita di uccisioni, però, inizia a pesargli sulla coscienza fino a spingerlo a ritirarsi. Non pochi rimangono delusi da questa sua scelta. In fuga dai sicari, in compagnia di una giovane agente che si schiera al suo fianco (un’apprezzabile Mary Elizabeth Winstead), Henry si sposta dalla Georgia a Katmandu: qui deve affrontare però un avversario inaspettato: il cecchino che è stato mandato per ucciderlo è in realtà un suo clone di, di 25 anni più giovane e quindi tanto veloce quanto ancora inesperto. Spetta a Henry, tra inseguimenti, trappole e pericoli mortali, cercare di convincere Junior a non premere il grilletto e a indagare, invece, sulle proprie origini.

Il sogno di girare un film come Gemini Man, che mescola azione e fantascienza, è rimasto per vent’anni nel cassetto: già nel 1997 si pensava di affidarlo alla regia di Tony Scott, ma la tecnologia non consentiva ancora l’impresa. Con l’acquisizione dei diritti da parte del produttore Jerry Bruckheimer (spesso protagonista con titoli di successo in questi generi cinematografici) il film diventa finalmente realtà e viene affidato alla regia attenta e curata di Ang Lee (Vita di Pi, La tigre e il dragone, Ragione e sentimento). Il regista taiwanese dirige una pellicola che mira ad avere un grande impatto dal punto di vista visivo: le scene sono girate in 3D e in High Frame Rate, ovvero con il massimo numero di frames disponibili (circa 120 al secondo). Le sequenze subacquee sono particolarmente ben riuscite, e anche le esplosioni o l’inseguimento per le colorate vie di Katmandu si fanno apprezzare. La cura maniacale del regista, però, rischia di far percepire ancora di più il contrasto tra immagini ultra-definite e immagini interamente digitali: il giovane clone, ricostruito grazie alla tecnica del motion capture, sembra più una copia posticcia di Will Smith, specialmente se affiancato all’attore in carne e ossa.

Oltre ad avere alcune azioni tipiche di un B movie (le motocross o le tibie di un ossario usate per prendersi “a sberle”), Gemini Man rimane una storia piatta e superficiale, senza grandi pretese e con personaggi privi di spessore; l’opposizione tra Brogan e il clone, che dovrebbe essere il perno della vicenda, è invece il punto più debole del film. Per supplire la mancanza di un forte antagonismo c’è anche il cattivo interpretato da Clive Owen, le cui motivazioni “umanitarie” risultano davvero poco credibili. Lo spunto fantascientifico e le sue implicazioni esistenziali rimangono un pretesto per un esperimento tecnologico non del tutto riuscito, il quale fallisce proprio nel tentativo di prendersi sul serio.

Roberta Breda