Sceneggiato dalla sarcastica penna dei fratelli Coen, Gambit è il remake dell’omonimo film del 1966, che aveva come protagonisti Michael Caine, Shirley McLaine e Herbert Lom. Colin Firth (che mutua anche lo sguardo miope e gli occhiali di Michael Caine) è Harry Deane, un inglese esperto d’arte che lavora per Lionel Shabandar (Alan Rickman), milionario britannico tanto ricco quanto rozzo, gretto e spocchioso. Deane è colto, cortese e, ovviamente spiantato, ma il suo piano di riscossa prevede di rifilare al suo odiato datore di lavoro un falso Monet, facendoglielo pagare la non indifferente cifra di dodici milioni di sterline. Per questo si avvale delle qualità di un pittore falsario (l’elegante e distaccato Tom Courtenay) e della cowgirl texana PJ Puznowski (Cameron Diaz), spacciata per l’erede inconsapevole del capolavoro impressionista “Covoni al tramonto”. Similmente al vecchio film, il ruolo di Cameron Diaz nel primo quarto d’ora del film è totalmente muto, una lunga sequenza preparatoria del piano di Harry Deane che “costruisce” nella sua mente tutti i passaggi del suo piano perfetto. La vicenda entra nel vivo quando il film, abbandonate le praterie del Texas (e le ottimistiche previsioni di Deane), si trasferisce a Londra, nella lussuosa cornice dell’Hotel Savoy, dove la giovane texana trova alloggio. Questa è indubbiamente la parte più divertente del film, che prende i toni della “screwball comedy”: Deane è costretto non solo a dar fondo ai suoi risparmi, per allontanare ogni sospetto dalla signorina Puznowski, ma la sua presenza al Savoy innesta una serie di situazioni farsesche che lo vedranno fuggire da una camera all’altra senza più i pantaloni. L’imbarazzato aplomb di Colin Firth è sicuramente il punto forte della storia, assieme alla arrogante antipatia di Alan Rickman. Cameron Diaz è la bellona ruspante, che nel vorticoso apri e chiudi delle stanze del Savoy rimane ovviamente solo con la biancheria intima; e a un certo punto compare anche Stanley Tucci nel ruolo di un sedicente critico d’arte tedesco. L’atmosfera del film vorrebbe essere leggera e sofisticata al tempo stesso, richiamandosi (fin dalla sigla iniziale) ai film di Blake Edwards; realisticamente, ne siamo ancora lontani. Però, nonostante la scrittura dei fratelli Coen sia quella dei film più deboli (tipo Ladykillers, tanto per intenderci), Gambit rimane un film dall’ottimo cast, nel quale gli attori si muovono con sicurezza e conoscendo i giusti toni: non sarà La Pantera Rosa, ma si ride volentieri.,Beppe Musicco