L'idea di base è la stessa di Hunger Games che a sua volta scopiazzava un sottovalutato film con Schwarzenegger degli anni 80, L'implacabile, da un romanzo di Stephen King. Una gara mortale in cui in palio ci sono un mucchio di quattrini ma soprattutto la libertà, l'occhio del Potere – una sorta di Grande Fratello – onnipresente grazie a telecamere, circuiti di sorveglianza, nel caso di Frerunner addirittura microcam incastonate in un collare-bomba pronto a esplodere nel caso in cui i concorrenti facciano i furbi. Tutto già visto, stravisto. Il valore aggiunto nel film di Silverstein è il freerunning, una tecnica spettacolare che consiste in acrobazie urbane, corsa, salti e quant'altro. Suggestivo ma non tanto da reggere il peso dei 90 minuti del film. Ambientato a Los Angeles, Freerunner racconta la vicenda di un giovanotto, Ryan (il Sean Faris di Never Back Down) fenomeno del freerunning che viene costretto da un boss malavitoso a gareggiare con altri colleghi per intascarsi il milione di dollari in palio ma soprattutto per aver salva la vita: tutti i concorrenti, infatti, spiati da migliaia di telecamere, hanno un tempo prestabilito per superare i vari ostacoli. Ad ogni errore o ritardo la loro testa salterà per via di un detonatore collegato ai loro collari. Il ritmo concitato e il grande spettacolo dato dalle acrobazie dei (veri) freerunner in scena non riescono a nascondere i gravi difetti del film: dalla recitazione approssimativa di un cast anonimo e privo di carisma, alla sceneggiatura, piena di buchi incapace di valorizzare i pochi spunti presenti come la possibilità di riscatto anche sociale dell'umile protagonista o il rapporto con la ragazza, agli snodi narrativi troppo inverosimili alla confezione patinata e visivamente vicina a uno spot di scommesse online. E poi troppi, inutili, punti di vista: la soggettiva del collarino dei concorrenti, il programma televisivo, gli scommettitori, le telecamere di sorveglianza, addirittura uno pseudo iPhone su cui alcuni ragazzi seguono la corsa. Un modo furbo per catturare forse il pubblico più giovane affascinato dalla tecnologia, dalla possibilità di essere sempre connessi ma inutile dal punto di vista di una regia debole e incolore che non è in grado né di emozionare né, paradossalmente per un film che corre a perdifiato per un'ora e mezza, di creare un minimo di suspense.,Simone Fortunato