Gangster di nazionalità assortite, inglesi, americani e australiani che si sparano addosso: la trama è tutta qua; dieci minuti propedeutici di introduzione e poi un’ora e venti di sparatoria. Un film di azione pura, senza storia, senza personaggi, un unico luogo, tutto in tempo reale, a metà strada tra il videogioco e il cinema muto. Del videogioco ha la mappa e la struttura, e del cinema muto ha l’esigenza: azione, azione, e solo azione.

Un cinema quasi astratto, senza niente, solo il movimento. Una sfida non indifferente, raccontare qualcosa senza che succeda nulla, coinvolgere chi guarda senza una storia, senza personaggi. Una sfida sufficientemente accattivante per il regista Ben Wheatley (che ha scritto e montato il film assieme alla moglie), talento tra i più interessanti del cinema britannico contemporaneo. Wheatley, qui al suo sesto lungometraggio dopo opere accattivanti come Kill List, Killer in viaggio e High Rise-La rivolta,non è nuovo a prove di questo tipo, già con I disertori-A field in Englandaveva raccontato una storia con un gruppo di personaggi limitato in un unico campo nell’Inghilterra del 1600. La scrittura di questo regista è molto sicura e forte, non si sprecano movimenti di macchina inutili, il lavoro che fa è sull’organizzazione dello spazio, sulla fotografia a tratti bellissima, sulla colonna sonora (una compilation di John Denver) e soprattutto sul montaggio. È un cinema di montaggio, degli elementi base del montaggio usati per creare tensione (bella a questo proposito è tutta la lunga sequenza del telefono).

Il cast comprende attori di spessore: ArmieHammer, Brie Larson (premio Oscar per Room), Jack Raynor (il fratello maggiore del protagonista di Sing Street), SharltoCopley e Sam Riley, attori di tutto rispetto un po’ sprecati per personaggi in fondo inutili, solo pedine che prima o poi vengono abbattute in qualche modo. Perché in fondo sono tutte pedine e per questo il film alla lunga annoia, nonostante la curiosità dei presupposti e il talento del regista, alla fine rimangono solo alcuni bei passaggi, come il finale o la già citata sequenza del telefono, ma un film non si fa esclusivamente con la tecnica e la voglia di giocare. Alla fine della visione si esce decisamente convinti che per emozionare degli spettatori, oltre ad essere bravi a raccontare, ci vuole anche qualcosa da raccontare.

Riccardo Copreni