Brillante, ironico, dissacrante. Mel Brooks, irresistibilmente infatuato del genere parodico (Mezzogiorno e mezzo di fuoco, 1974; Balle spaziali, 1987; Robin Hood – Un uomo in calzamaglia, 1993; Dracula: morto e contento,1995), firma con questa sua pellicola (la quarta), quello che, a detta di molti, è il suo capolavoro, entrato ormai a pieno titolo nell’Olimpo dei Cult Movie (le citazioni si sprecano). Il cineasta newyorkese immagina una prosecuzione del notissimo romanzo di Mary P. Shelley, in cui il nipote del defunto Professor Viktor Von Frankenstein, Frederick, prestigioso scienziato universitario, tanto astioso contro la fama del suo avo da rinnegarne persino il cognome, si trova a diventare erede del suo castello in Transilvania; recatosi laggiù, conoscerà lo strampalato quanto sinistro aiutante, Igor (Marty Feldman); la giovane e procace Inga (Teri Garr), sua ben poco professionale assistente, e Frau Blücher (Cloris Leachman), distillato di malinconia e rammarico. Trovati gli appunti segreti del suo illustre nonno, Frederick si accorge che la rianimazione di tessuti morti non sembra essere più il delirio di un fanatico: «Si può fare!». Un errore del sempre inadeguato Igor porterà però alla creazione di una creatura mentalmente instabile, che scappa e semina il panico in città, come un tempo fece il suo “predecessore”. Spassosissima la scena in cui il mostro si “scontra” con l’ospitalità dell’eremita cieco, interpretato dal premio Oscar Gene Hackman. Fra tentativi di emancipazione del mostro in società a suon di tip-tap e improbabili triangoli amorosi, il film non perde mai ritmo, fino al divertente quanto imprevedibile lieto fine. La parodia non esclude però anche una velata riverenza al “fratello maggiore” James Whale (regista di Frankenstein, 1931, e del sequel La moglie di Frankenstein, 1935), di cui recupera alcune attrezzature di scena e i medesimi set, che donano alla pellicola un look anni ’20 evidenziato anche dalla scelta felicissima del bianco e nero. La recitazione di Wilder, già pupillo del regista e qui anche co-sceneggiatore, squisitamente sopra le righe, è impagabile. Il sodalizio che anche nella vita intratteneva con l’amico-collega Feldman porta i dialoghi a un’agilità e brillantezza rara. I temi della xenofobia contro il diverso, dell’uomo che vuole farsi Dio di sé stesso sono qui suonati in pianissimo, stemperati in un universo bizzarro e grottesco di cui Brooks riesce a manovrare tutti i fili. Candidato a due Oscar fra cui miglior sceneggiatura non originale, Frankenstein Junior, vicino al quarantennale dalla sua creazione, non perde neanche in piccola parte il suo smalto. Cosa non da tutti.

Federico Cavallini