Storia inquietante e tragica, vera e propria cartolina dall’inferno degli anni 80. La storia ripercorre passo dopo passo la vicenda vera che ha avuto come protagonisti i due fratelli Schultz, Dave e Mark, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984 e il loro allenatore, il filantropo e miliardario John Du Pont, appassionato di lotta fino quasi a farla diventare un’autentica ossessione.

Miller utilizza lo stesso registro dei film precedenti, il bel L’arte di vincere e il biopic su Truman Capote: grande realismo nello strutturare la scena, notevole direzione del cast che è impressionante per adesione al personaggio e per trasformazione. Steve Carell e Mark Ruffalo se la giocano fino in fondo in un duello attoriale davvero notevole, con una nota di merito al primo, da sempre abituato a ruoli ben più leggeri e qui al centro di una storia tragica e grottesca al tempo stesso. Il personaggio di Du Pont e la sua leggendaria ricchissima famiglia (ma anche chiusa in un terribile e sdegnoso isolamento ben sintetizzato dallo sguardo gelido di Vanessa Redgrave) fanno da baricentro a una storia raccontata quasi con piglio da documentarista. Poca azione, il che suona strano in un film in cui per due terzi si assiste ad allenamenti e incontri di lotta: tanta introspezione psicologica. In particolar modo Miller divide in due il suo film. Da una parte il rapporto stringente e morboso tra Mark (Channing Tatum, anche lui molto in gamba, perfetto per il ruolo) e Du Pont: un rapporto che nasce dalle mancanze e dalle fragilità di entrambi soprattutto a livello affettivo e che tocca corde che vanno ben al di là della passione sportiva. Dall’altra parte, l’entrata in scena del fratello maggiore Dave nelle tenute meravigliose di Du Pont che farà precipitare le cose.

Film pregevole a cui manca forse qualche guizzo di regia che possa compensare un ritmo non straordinario. Pregevole perché Miller argomenta e approfondisce senza mai suggerire allo spettatore giudizi o idee sui personaggi: è un segno di rispetto per la storia e per il dolore dei testimoni che hanno collaborato alla realizzazione del film (Mark è autore del soggetto). Il regista de L’arte di vincere fa parlare oggetti, ambienti e colore: non c’è nulla di buono e di accogliente nei possedimenti giganteschi di Du Pont, spesso deserti e immersi nella neve come in un Overlook Hotel applicato allo sport e nella sua ostentata ricchezza. Persino la fisicità di Carell/Du Pont, coi suoi muscoli flaccidi nella sequenza di un piccolo incontro di lotta in cui è protagonista, dà l’idea della distanza fisica e ideale tra uno sport nobile e antico come la lotta e la miseria morale di un personaggio che nel corso dei 134′ diventerà sempre più cupo e paranoico. Complesso dal punto di vista psicologico, Foxcatcher è un film sportivo sui generis: perché lo sport è sì metafora di vita ma anche strumento di potere e di controllo, come ben si nota nelle pieghe del rapporto sempre più morboso e alienante tra Mark e John; addirittura di propaganda come si può vedere nel documentario autocelebrativo commissionato da Du Pont per accreditare Foxcatcher come struttura olimpica e a cui, con un certo malessere, collabora lo stesso Dave.

Simone Fortunato