Per chi ha imparato a conoscere e amare il cinema indipendente e apertamente apostolico di Juan Manuel Cotelo (L’ultima cima, Terra di Maria), ma anche per chi trova il suo approccio naif e poco efficace, quest’ultimo suo documentario riserva qualche sorpresa. Il regista non compare né come attore né come narratore. Una scelta posta al servizio della storia e delle persone che ne sono protagoniste. Migliora parecchio, poi, rispetto ai lavori precedenti, la qualità tecnica, così che per una volta il film, che sembra avere sempre la tv come destinazione ideale, funziona bene anche sul grande schermo (dove giunge attraverso una distribuzione “a richiesta”, in base alle sale e alle associazioni che desiderano promuoverlo) e può reggere il confronto con altri prodotti analoghi dal punto di vista cinematografico.

Footprints prende le mosse dalla proposta di padre Sergio Fita Muñoz, sacerdote americano di origine spagnola, che coinvolge dieci giovani di Phoenix, diversi per vissuto ed estrazione sociale, nell’avventura del Cammino di Santiago. Nonostante siano messi in guardia sulle difficoltà cui andranno incontro, i ragazzi non hanno idea di cosa li aspetta. Nondimeno, si fidano ciecamente del sacerdote e della “convenienza” della sua proposta: fare 1000 km di viaggio massacrante per incontrare l’unica Persona in grado di salvare la loro vita, Gesù di Nazareth.

Il film si concentra sui pochi componenti di questa piccola compagnia cristiana, prendendo sul serio il desiderio di ognuno di loro di maturare spiritualmente. Nel film si parla spesso della fatica del viaggio (la parola più ricorrente è “vescica”) e non mancano le metafore della vita che emergono attraverso i gesti concreti richiesti dall’impresa: per esempio a un certo punto i ragazzi capiscono che per andare più veloci, risparmiare energie e restare uniti devono darsi turni regolari in testa al drappello, come avviene nelle gare di ciclismo.

Tutto ciò che succede ai partecipanti, comunque, è letto sempre alla luce della fede e dell’appartenenza che ognuno di loro intende rinforzare. Così, anche l’educazione ad aspettare i più deboli e affaticati (“il pellegrino non è egoista”) non è solo un consiglio esistenziale o l’indicazione per una “etica del gruppo” ma diventa una chiave per comprendere la dedizione della Chiesa nei confronti dei più “lenti” e la pazienza della carità evangelica. Così ogni passo, per quanto ostacolato dalle caratteristiche di quella che è innanzitutto una dura prova fisica, è quello di chi è certo di dove sta andando.

Non è un caso che a guidare i pellegrini sia un sacerdote, un uomo che nonostante la giovane età esercita una paternità chiara e concreta: padre Sergio ha un carisma, leggibile nella limpidezza del suo sguardo, ma il film non è su di lui (e sui suoi “talenti” di trascinatore) quanto sul suo ruolo indispensabile di intermediario tra il cielo e la terra. Non è importante arrivare alla meta – è il messaggio del film – se non per quello che accade già tutti i giorni durante il tragitto, quando ci si ferma per partecipare alla messa: un montaggio di brevi sequenze mostra la celebrazione dell’eucaristia in luoghi e condizioni tra i più diversi e impensati. C’è la location suggestiva dell’alta montagna, la cappella medievale, ma anche l’area picnic, il corridoio stretto e scomodo dell’ostello… Se anziché a metà film questa sequenza fosse stata posizionata alla fine, sarebbe stata forse ancora più efficace: l’eucaristia sostiene i viaggiatori (come il ‘pan di via’ del Signore degli anelli) ma, soprattutto, anticipa la conclusione del percorso. Arrivati in fondo, tanto i viandanti quanto gli spettatori scoprono che Colui che tanto cercavano era sempre stato con loro.

Raffaele Chiarulli