Sembra ovvio a cinquanta anni di distanza che la prospettiva di un evento così epocale come quello di portare l’uomo sulla Luna generasse un entusiasmo senza paragoni. E invece, come abbiamo appreso già in First man di Damian Chazelle, nei mesi precedenti alla missione dell’Apollo 11 quella che John F. Kennedy aveva lanciato a inizio decennio come un’epica impresa era ormai considerata un obiettivo secondario di fronte alle sofferenze della guerra in Vietnam o alle disuguaglianze sociali ed economiche.

E da questa premessa (reale) che prende spunto una deliziosa e brillante commedia sentimentale a sfondo aerospaziale firmata da Greg Berlanti e interpretata magnificamente da Scarlett Johansson e Channing Tatum.
Fly me to the moon a partire dal titolo ci riporta all’epoca d’oro delle rom-com, il cui fascino principale stava nella chimica tra i protagonisti, in genere dai caratteri opposti e portatori di mondi e di valori apparentemente inconciliabili. È così per Cole Davis, quadrato e integerrimo responsabile lancio della Nasa, totalmente dedito al suo lavoro, e Kelly Jones, genio del marketing con tanti scheletri nell’armadio (pensate a un Don Draper di Madmen al femminile), destinati, fin dal loro primo incontro a fare letteralmente scintille (nel mondo delle missioni spaziali esplosioni e incendi sono piuttosto frequenti, spesso tragici, ma qui vengono spesso usati anche in chiave di commedia) ma che sembrano anche condannati a non capirsi.

La missione di Kelly, ingaggiata da un misterioso uomo del governo (Woody Harrelson, in una veste a metà tra il Man in Black e l’agente della CIA, temibile ma non privo di umorismo), è quella di ridare smalto alla Nasa e alla sua missione, e per riuscirci è disposta a usare ogni risorsa a sua disposizione, lecita o illecita, come usare delle controfigure per le interviste agli uomini della Nasa, visto che loro si rifiutano di farle.

Quanto è brillante, immaginativa e felicemente priva di scrupoli lei, tanto ferocemente aggrappato ai fatti e alla realtà è lui, scopriremo, anche a causa di un terribile incidente costato la vita a tre astronauti e di cui si sente responsabile. Nonostante le differenze i due si troveranno a combattere fianco a fianco la stessa battaglia per rendere possibile il sogno collettivo della Luna. Poco importa che si tratti di far credere agli americani che gli astronauti porteranno sul satellite della Terra orologi di lusso, corn flakes o bibite energetiche, o di convincere un senatore della Louisiana religioso ultraconservatore che anche le missioni nello spazio possono avvicinare l’uomo a Dio: Kelly e Cole danno il meglio quando giocano nella stessa squadra e nel frattempo, come ovvio, scoprono di essere immensamente attratti l’uno dall’altro.

Peccato che a un certo punto Kelly, la regina delle menzogne, sia coinvolta in quella più grande di tutto: mettere in scena di nascosto un falso sbarco come piano B in caso di fallimento di quello vero. Sì, è la stessa teoria cospirazionista che gira su internet da anni e che è stata lo spunto per un bel thriller fantascientifico del 1977, Capricorn One: la stessa che attribuisce nientedimeno che a Stanley Kubrick la regia del fake che avrebbe imbrogliato il mondo intero da decenni (qui ad essere ingaggiato è uno sconosciuto e bizzoso regista di pubblicità, ma il riferimento al grande cineasta è esplicito).

Anche qui, però, il tono, più che quello serioso dei film di denuncia è quello vaporoso e spumeggiante delle commedie di una volta (c’è pure un gatto nero, ossessione di Cole, che si aggira per la Nasa e che si rivelerà centrale nella risoluzione finale), anche se in filigrana emergono temi molto contemporanei come le fake news, lo storytelling imperante come strumento di indirizzo delle masse, il (presunto) scontro tra scienza e fede (risolto da Cole in una scena brillante e nello stesso tempo commovente).

Fly me to the moon, per fortuna, però, non fa l’errore di applicare forzatamente lo sguardo del presente sul passato e i suoi personaggi (come molto periodo attuale), e non perde mai la direzione, quella del viaggio verso lo spazio, ma soprattutto del racconto dei sentimenti, grazie anche a un bel gruppo di comprimari che circonda la coppia protagonista e non la lascia sola nel suo percorso, dall’assistente femminista di Kelly al vice direttore di lancio con il cuore debole, senza dimenticare Neil Armstrong (ovviamente alla ricerca della frase vincente al momento dello sbarco ma pure capace di dare alla coppia una spinta al momento giusto).

La confezione del racconto è all’altezza della scrittura, con un montaggio che ricorda quello dei film dell’epoca classica senza risultare affettato, splendidi costumi e il giusto contorno a raccontare un’epoca che ancora oggi vediamo attraverso lo schermo dei racconti che ne sono stati tessuti per noi ma che alla fin fine ha il fascino reale di un’impresa di quelle che corrispondono all’anelito più profondo dell’uomo.

Laura Cotta Ramosino

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