Inizialmente quello dell’anziano Claude, proprietario di un’azienda che ha lasciato gestire alla figlia, sembra il classico ruolo perfetto per il grande Jean Rochefort. Simpatico, sornione, fin troppo galante – per non dire sfrontato – con le donne per la sua ormai veneranda età, furbo quel tanto che basta per divertire lo spettatore (meno che la donna che lavora in casa sua, ricattata per i suoi ritardi fingendo rovinose cadute mai avvenute per farla sentire in colpa). In realtà le cose non stanno così: Claude ha iniziato quel doloroso percorso, che il cinema racconta sempre più spesso, della demenza senile: le prime stranezze vengono derubricate a bizze dell’età e del carattere: comunque è stato un uomo che ha comandato sugli altri e ha avuto le sue belle baruffe personali, dal divorzio con la moglie mai accettato al tradimento – almeno così pensa lui – di un carissimo amico cui non gliela perdona neanche da morto. E se la povera figlia Carole fa di tutto per intervenire a sistemare i mille problemi che il padre crea, soprattutto con chi lavora in casa sua (e servirebbe una vera badante, anche di notte, ormai), il suo pensiero fisso è l’altra figlia, Alice, che vive in Florida con il marito e che non va mai a trovarlo. Ci dovrà andare lui, di persona, di nascosto da tutti.

Philippe Le Guay, già regista dei recenti Le donne del 6° piano e Molière in bicicletta, dissimula di false piste la storia e di un montaggio alternato tra le vicende dell’industriale in pensione e della figlia (con ménage personale complicato, tra figlio ormai grande e nuovo compagno semiclandestino visto che lavora con lei in azienda) e quelle del mitico viaggio in Florida tanto agognato, chissà come organizzato da Claude nonostante problemi e controllo della figlia. È doloroso soprattutto il rapporto con Carole, che ha dovuto salvare un’azienda che il padre le lasciò in mano di punto in bianco e che si sente spesso inadeguata; soprattutto, vede l’ingratitudine del padre senza fino in fondo calarsi nella realtà di una malattia che toglie responsabilità a gesti e parole. E che chiede tanto a chi sta intorno a un anziano: se il nipote, per esempio, sembra avere un rapporto speciale con il nonno, le varie donne che si susseguono da lui non sempre hanno grande pazienza; men che meno ne avrà il compagno di Carole, che viene da comprendere (viene anche aggredito con un martello) ma fino a un certo punto.

Florida è un film che può sembrare non del tutto originale, se si è visto qualche altro film in cui demenza senile o Alzheimer sono indagati in maniera più o meno realistica. Ma c’è molta precisione e anche sensibilità nel rappresentare la perdita progressiva di lucidità del protagonista e una certa inventiva nel creare una vita parallela di illusioni (tragiche), forse scatenanti la malattia o forse solo possibile fuga da essa. E molto toccanti i flashback di Claude bambino, che ha visto orrori di guerra che lo hanno segnato. Ad arricchire un film complessivamente buono ci sono la classe di Jean Rochefort, che fa passare il suo Claude dai toni sornioni alla confusa sofferenza o alla cattiveria più acida, e Sandrine Kiberlain – con il regista già in Le donne del 6° piano – nei panni di Carole, figlia insostituibile avvertita a volte come un peso cui l’attrice francese regala la sua umanità dolente, con quel velo di tristezza di chi si fa in quattro per il padre (anche prendendo su di sé segreti diventati tali per la mente ottenebrata del genitore) senza poter essere ripagata e scontando anzi una profonda solitudine.

Antonio Autieri