È un grande film Flags of our fathers, non perfetto, ma grande. Grande perché Eastwood, con l’apporto decisivo di Steven Spielberg in produzione, ha il coraggio di realizzare un film di guerra controcorrente. Non un film sui vincitori e nemmeno un film sull’eroismo retorico di certa parte del cinema americano anche recente, ma un film, come recita la voce fuori campo nel finale “sul modo con cui gli uomini cercano di spiegare ciò che è incomprensibile, e cioè che un uomo possa sacrificare la vita per un altro”. E questo altro, non è, come ci ricorda sempre il finale struggente, la patria e nemmeno l’ideale, ma l’amico, il compagno di trincea. Flags of our fathers è un film antico e attuale: antico perché il piglio dell’operazione sembra tanto simile a quello proprio di un grande maestro caro a Eastwood, John Ford, omaggiato del resto in “Flags” in più sequenza. Ne L’uomo che uccise Liberty Valance, Ford raccontava la verità che stava oltre il mito dell’uccisione di un bandito. E lo raccontava senza cinismo o risentimento, avendo come unico scopo quello di raccontare la verità dei suoi personaggi. Così Eastwood in “Flags”: il suo scopo è quello di raccontare la verità in maniera semplice e lineare. Diremmo in maniera sobria, carattere che del resto è diventato specifico di tutta la produzione cinematografica. E così Eastwood racconta la vera storia di questi eroi, che eroi forse non erano almeno secondo la vulgata comune ma semplici ragazzi pieni di limiti, forse nemmeno troppo coraggiosi, ma impegnati in battaglia, con la realtà per dei volti, per i propri amici. Sono eroi questi ragazzi, non perché hanno salvato delle vite e nemmeno perché hanno alzato una bandiera ma perché si commuovono per i loro amici che non ci sono più e che hanno perso la vita sul campo di battaglia. E colpisce che un uomo di 76 anni abbia il coraggio di dire questo, in tempi crudi e tragici come i nostri (ed evocati, ampiamente durante il film, dalla questione delle foto “vincenti” al morale a terra di una nazione che sta diventando sempre più cinica”). Eastwood è il nostro grande vecchio e come tutti i grandi vecchi sa dire cose semplici nel più semplice dei modi. Gli eroi sono quelli che si spendono per amore di un altro.,Va detto che il film non è forse il capolavoro perfetto del regista di Million Dollar Baby: troppi flashback a rendere troppo frammentata l’azione e alcuni personaggi paiono troppo sacrificati, ma ciò che colpisce è che Clint continui con coerenza e umanità un percorso iniziato da Gli spietati nel 1992. E continuato con Un mondo perfetto, Mistyc River, Debito di sangue e Million Dollar Baby.,Eastwood racconta nei suoi film sempre di padri e di figli. Di orfani che cercano un padre. Alcune volte lo perdono (Mistyc River), altre volte lo trovano e poi lo riperdono (Un mondo perfetto, Million Dollar Baby). In Flags of our fathers, il film nasce dalla volontà del figlio di Doc, uno degli eroi di Iwo Jima, di capire se veramente il padre era un eroe. E comincia a intervistare i veterani, va a caccia di foto ingiallite. E’ un viaggio quello che compie il figlio – giornalista alla ricerca del Padre. Ed è un viaggio che finisce in uno splendido abbraccio: mio padre era un eroe, perché sapeva dare la vita per i suoi amici. Una verità semplice, che nel cinema di oggi, fatto per lo più di orfani e famiglie distrutte, diventa ancora più vera e coraggiosa. ,Simone Fortunato,