Un gruppo di studenti – tre ragazzi e due ragazze – a Pisa si accinge a lasciare l’appartamento in cui hanno vissuto insieme negli anni dell’università. I percorsi si divideranno, qualcuno ha ottime prospettive lavorative, altri sembrano condannati al precariato, anche esistenziale (c’è anche un bambino in arrivo, da padre orribile); tra loro, anche una coppia che è destinata a scoppiare. Risate, bilanci, litigate, scherzi goliardici, amarezze, malinconia e tanto affetto. Ma anche il ricordo sgomento del sesto compagno, morto in un incidente stradale. Che forse non era proprio un incidente.,È una buona opera seconda Fino a qui tutto bene di Roan Johnson, italianissimo a dispetto del nome (ma le origini sono inglesi), dopo il discreto esordio di I primi della lista. Oltre tutto prodotto in assoluta economia, utilizzando un gruppo di attori amici e tecnici che hanno scommesso sul progetto riservandosi di guadagnare dagli eventuali profitti (auguri, sinceri). Lo schema di fondo non è originalissimo, ma è aggiornato ai tempi attuali, di precarietà assoluta: economica, lavorativa, affettiva. Ma, partendo da quello che doveva essere un documentario appunto sui giovani precari (e che poi è diventata appunto un’opera di finzione), Johnson sceglie un punto di vista non vittimista e piagnone, ma brillante e a suo modo positivo. Perché il refrain dei cinque ragazzi, sempre senza un soldo, è la voglia di non arrendersi alle circostanze negative («che si fa, ci si arrende?» è la domanda-tormentone), ricchi di autoironia (il gruppo teatrale che avevano creato si chiamava I poveri illusi, il piatto da squattrinati che si preparavano ogni sera era “pasta col nulla”) e di voglia di provarci, nonostante il fatto che molti tentativi sembrano scontrarsi non solo con una società cinica e bara, ma anche con i loro limiti variamente assortiti.,I pregi del film sono nei dialoghi, frizzanti e “giusti” per adesione linguistica ai personaggi e alle loro rispettive provenienze (ci sono due toscani, un siciliano, una milanese, una ciociara), in alcune gustose scene davvero azzeccate (come l’annuncio via Skype del figlio in arrivo agli attoniti, futuri nonni) e nelle interpretazioni di questo quintetto di interpreti affiatato e promettente (un produttore sveglio li metterebbe sotto contratto e ci lavorerebbe sopra; peraltro, pur giovani, hanno tutti alle spalle numerose esperienze), su cui spicca Silvia D’Amico che si era già fatta notare in Il rosso e il blu di Giuseppe Piccioni (mentre Isabella Ragonese è la guest star, nei panni dell’amica che è riuscita a sfondare come attrice). ,Purtroppo, per diventare una commedia davvero esemplare di questa generazione, sarebbe servita una maggior profondità; erroneamente confusa, spesso, con “pesantezza” da chi vuol fare, legittimamente, una commedia seppur non becera. E invece la commedia all’italiana più gloriosa sapeva alternare riso e pianto, leggerezza e drammi umani e sociali con grande spessore. Qui prevale il guizzo momentaneo, lo sberleffo, qualche banalità (senza parlare di un’inutile, esagerata volgarità di una situazione che vorrebbe essere divertente – ne fa le spese una povera anguria – ma risulta solo fastidiosa, a dir poco). E se convince una certa malinconia, soprattutto legata al ricordo dell’amico che non ha retto al dramma del vivere, e qualche bel momento, rimane tutto un po’ in superficie. Tra feste “bevute” e un’allegria vagamente disperata che sarebbe stato bello illuminare a dovere per evitare un’aria di inconcludenza generale che rischia di far disperdere anche le qualità del film. Ma rimane, a un occhio attento e sensibile, una buona dose di tenerezza per questi cinque ragazzi con qualche arte e in cerca di parte nella vita. Però ora, come si suol dire, aspettiamo il regista a prove più significative, confidando che finalmente trovi un produttore vero. Va bene autoprodursi, ma il cinema deve avere gambe, anche finanziarie, per camminare.,Antonio Autieri