Quella di Nicola e Sara è storia simile a tanti. Quella, ovvero, di una coppia di (ultra) quarantenni felice e appagata, decisamente innamorata, che si scopre in difficoltà dopo la nascita di un figlio. In questo caso il secondo: loro due hanno già una bambina di 6 anni che adorano, e in tre hanno un felice equilibrio. Che salta clamorosamente alla nascita, inaspettata, del secondo. Tra frustrazioni, conti fuori controllo (l’ossessione dell’Agenzie delle Entrate), litigate, amici e genitori che non aiutano, con il sogno di una baby sitter dai super poteri, i due rischiano di crollare. O magari scappare.

Figli nasce da un articolo e poi da un monologo di Mattia Torre, brillante autore teatrale e sceneggiatore cinematografico che doveva debuttare come regista al cinema proprio con questo film; prima che il riaccadere di un male incurabile se lo portasse via mesi fa. Il film si è fatto lo stesso, e si riconosce subito la “penna” e lo stile di Torre, ma diretto da Giuseppe Bonito (che fu autore anni fa del piccolo e misconosciuto Pulce non c’è), amico e collaboratore. Soprattutto, il film vede la partecipazione di tanti amici in vari ruoli, a cominciare da Valerio Mastandrea, che di quel celebre monologo (“I figli invecchiano”) fu il magistrale interprete. L’attore romano incarna un marito generoso e buono quanto a volte incapace di vedere le fatiche della moglie, interpretata dalla Paola Cortellesi, brava come sempre ma un po’ classica nella parte della donna che passa dalle gioie della famiglia alla rabbia contro tutto e tutti.

I fatti raccontati del film, diviso in 8 capitoli, non sono particolarmente originali – anche se decisamente possono portare a riconoscersi in molte situazioni – e li abbiamo visti tante volte altrove. I due coniugi, sorpresi ma comunque felici, all’inizio continuano a ripetersi un po’ ansiosi che ce la faranno e che andrà tutto bene, pur preoccupati di non farcela, tra i soldi che scarseggiano e le forze che si teme non bastino; poi l’arrivo del bambino, Pietro, come una bufera, con la sorella maggiore arrabbiata e la madre distrutta e depressa, il sonno come un bene prezioso introvabile, la difficoltà di incastrare tutti i dettagli della vita. E poi le tensioni, nella coppia e con gli altri, gli aiuti che non arrivano e l’angoscia crescente. Con le rivendicazioni reciproche, e una rabbia e un disamore che non si riesce più a nascondere, fino alla tentazione della fuga dai problemi, in un modo o nell’altro.

Anche il lato umoristico, decisamente presente a smorzare gli snodi più “tosti”, divertono ma sempre con il retrogusto del già visto: dalle presentazioni a “sketch” delle famiglie di varie tipologie (dagli apprensivi ai salutisti) alla ricerca della baby sitter, dalla pediatra costosa e poco risolutiva (anche se, alla fine…) all’amico sempre inseguito dai due figli che lo picchiano con una spada di gomma. E la rappresentazione delle persone del nostro tempo è sentita e personale riguardo ai protagonisti, ma un po’ “sociologica” per il giudizio su un Paese vecchio (la manifestazione con i cartelli “prima gli anziani” è un tocco di genio) di gente infelice e poco supportata e per i personaggi di contorno che rimangono pure funzioni rispetto ai protagonisti.

Ma la scrittura dell’autore scomparso si vede nei guizzi sparsi a piene mani, dalla voce fuori campo dell’uno o dell’altra protagonista, da certe invenzioni surreali ed esilaranti (il pianto disperato del neonato sostituito, per convenzione reiterata e comica, dalla “Patetica” di Beethoven). E si riconosce la sua amara e caustica ironia, con grande capacità di rendere il lato surreale della vita. Che per lunghi tratti assume i toni divertenti da elzeviro del monologo sarcastico e acuto, ma che non si ferma lì. Riuscendo a proporre un punto di ripartenza e di consapevolezza, come lo era nella meravigliosa serie tv autobiografica La linea verticale, in cui Mattia Torre raccontava la scoperta del tumore e la sua battaglia, conclusa con una guarigione – appunto non definitiva, purtroppo – e la consapevolezza guadagnata. Tutte doti che acuiscono il rimpianto per una scomparsa prematura: dolorosa per i tanti che lo hanno conosciuto, nel mondo del cinema; mentre a tutti gli altri, agli appassionati di cinema, rimane il rimpianto di quello che avrebbe potuto portare, come ricchezza di umanità, per questo autore al nostro cinema.

Antonio Autieri