In un cantiere del nord-est, un operaio è vittime di una “morte bianca”. Per protestare contro le disumane condizioni di lavoro, un amico e collega va in una trasmissione tv (dove il padrone di casa è Antonello Piroso, vero conduttore de La7) a “duellare” con un potente ministro. Ma fa scena muta, e il politico arrogante spadroneggia. Il giovane incontra poi il giorno dopo un professore senza cattedra che si arrangia come pizzaiolo, arrabbiato quanto lui. Insieme decidono di passare all’azione e rapire proprio il ministro, coinvolgendo un uomo uscito di prigione (che si porta nell’anima parecchie ferite), e poi il vetero comunista che presta loro la casa… Peccato che sbaglino obiettivo, e prendano un pesce piccolo della politica. Le loro richieste di riscatto cadono nel vuoto. E quando da Roma decidono di spostarsi, grazie a una giornalista tv generosa e confusa, in Val d’Aosta troveranno altri alleati insperati…,Di Figli delle stelle si è scritto che è una commedia che si permette di scherzare con un tema “impossibile”: il terrorismo e la stagione degli anni di piombo, in cui davvero i politici venivano rapiti da bande ben più organizzate e feroci. Ci sembra una lettura forzata e fuorviante. Se il covo dei banditi è una parodia dei covi dei terroristi, con un appartamento in un condominio che può ricordare certe cronache (ma quanti se le ricordano, bisogna purtroppo chiedersi?) degli anni 70, i “banditi” – che ricordano piuttosto nettamente I soliti ignoti del capolavoro di Mario Monicelli, ma anche un altro suo celebre gruppo di simpatici cialtroni: L’armata Brancaleone – sono sfigati, teneri, velleitari, confusionari. E tutto sommato poveri diavoli, che non vogliono far male a nessuno ma trovare soldi per regalarli alla vedova dell’operaio morto e, certo, maltrattare un po’ un politico arrogante (ovviamente di un partito che non si stenta a identificare come il principale del governo attuale). E anche il più ideologico dell’improvvisata banda è più comico che pericoloso, e le sue rivendicazioni ai giornali – all’insaputa degli altri – fanno più sorridere per l’anacronismo di certe “sparate” che pensare a una qualche possibile identificazione. Certo, il regista simpatizza con una posizione che, estremizzata, non è certo di ricerca di una concordia sociale. E se è vero che il livello di gradimento assai basso dell’attuale politica non è immeritato, suona un po’ demagogico questo tono generalizzato di condanna e disprezzo; nonché schematica la contrapposizione tra politico corrotto e politico buono (ovviamente isolato nel suo partito). Ma è divertente e acuta la trovata migliore del film, ovvero la rappresentazione del paesino valdostano con i suoi abitanti “anti-sistema” («i politici stan sulle balle a tutti») ma anche molto opportunisti… Mentre la rappresentazione dei personaggi – non tutti molto a fuoco, a dir la verità – ispira simpatia e benevolenza anche nei continui errori; e le prove degli interpreti di questo film corale sono di ottimo livello. Se Claudia Pandolfi ha una parte poco incisiva, Pierfrancesco Favino e Giuseppe Battiston (finalmente meno candido del solito nel ruolo del comunista rivoluzionario) si confermano fuoriclasse che possono fare qualsiasi cosa, Giorgio Tirabassi e il finissimo Paolo Sassanelli (il suo personaggio ferito dalla vita suscita più di una emozione, soprattutto quando vede da lontano il figlio che non lo conosce) hanno finalmente una chance di figurare in un film all’altezza della loro bravura, Fabio Volo ottiene un ruolo meno scontato di altre recenti prove. E, tra i comprimari, giganteggia il solito eccellente Teco Celio, “leader” dei montanari dotati di ottimo senso degli affari. Non tutto fila nel verso giusto, la narrazione spesso risulta frenata e si disperde in episodi minori (con l’eccessiva “sparizione” per lunghi tratti del film del personaggio di Fabio Volo), la chiusura ha qualche indecisione di troppo. Ma l’ultimo tocco finale si lascia ricordare con piacere, e smussa il tono antagonista. Con un politico che fa carriera e non è neppure una canaglia.,Antonio Autieri,