Figli del sole è stato sicuramente uno dei migliori film in concorso dell’edizione 2020 della Mostra del Cinema di Venezia. Alì (il giovane Roohollah Zamani, premiato a Venezia come miglior attore giovane) è un dodicenne sveglio che capeggia un gruppo di coetanei randagi che vivono e trafficano per le strade di Teheran. A dirgli cosa fare e rubare è il signor Hashem, un anziano criminale e spacciatore che deve recuperare della droga caduta in un tombino, e che convince Alì che c’è un’anfora piena di antiche e preziose monete nascosta in un condotto fognario che passa sotto una scuola. Il ragazzo e la sua squadra dovranno iscriversi alla scuola, raggiungere di nascosto il seminterrato per poi scavare e giungere al tesoro.

La scuola in questione è la “Scuola del Sole”, un’istituzione senza scopo di lucro che vive di donazioni, e dedicata proprio al recupero dei ragazzi di strada; ma non per questo il compito di Alì e della sua gang sarà più facile. La “Scuola del Sole” svolge però il suo non facile compito: non solo apre la strada ad Ali e ai suoi amici per godersi – una volta tanto – la loro infanzia e mettere in discussione la natura della loro “caccia al tesoro”, ma permette anche ad Ali di vedere gradualmente quanto diventino felici i suoi amici quando alcune opportunità, come un invito a un campionato di calcio, si aprano proprio a loro.

Tuttavia il successo rimane inafferrabile, nonostante la loro notevole perseveranza. C’è sempre la sensazione che tutti siano vittime di forze esterne al di fuori del loro controllo. L’amico di Ali, Abolfazl, brillante a scuola, cade in un incerto status di residenza a causa della sua posizione di rifugiato afghano. E anche la scuola fatica a sopravvivere a causa della mancanza di sostegno finanziario da parte del sistema educativo pubblico iraniano. In questo senso, Majidi suggerisce che il mondo di Ali inculchi un tragico fatalismo tra i poveri, anche se compensato da un barlume di speranza verso la fine del film.

Majid Majidi, già autore de I bambini del cielo, racconta una storia di ragazzi ricchi di potenzialità anche se abbandonati a sé stessi. La possibilità intravista frequentando la “Scuola del Sole” e conoscendo un insegnante buono e coscienzioso sono la chiave di un film decisamente privo di un finale felice alla Dickens, ma non per questo meno coinvolgente. Le scene negli angusti tunnel scavati dai bambini, le fughe nella metro di Teheran per evitare la vigilanza di chi vorrebbe arrestarli, la difesa dei più piccoli dalle prepotenze, mostrano la straordinaria capacità dei giovani attori e il realismo dell’allestimento, che rendono ancora più incisiva una vicenda che richiama felicemente il miglior neorealismo.

Beppe Musicco