La Festa del Cinema di Roma (15-25 ottobre), festival da sempre con una grande vocazione “popolare” ha dovuto fare i conti, come tutti, con la pandemia, riducendo il numero degli accessi, limitando i red carpet e trasferendo in streaming la gran parte degli incontri con registi e attori che sono da sempre il fiore all’occhiello della manifestazione. A cominciare da quello con Pete Docter, regista del film d’apertura, Soul, il nuovo atteso lungometraggio della Pixar che, come già Mulan, purtroppo salterà il passaggio in sala per approdare direttamente alla piattaforma Disney + con grande disappunto dei gestori delle sale.

Va detto che la pellicola, che per certi versi ricorda Inside Out, non è esattamente un film per ragazzi: anzi. Con il suo protagonista “grandicello” (anche se non attempato come il brillantissimo vecchino di Up), professore di musica che coltiva il sogno di una carriera da pianista jazz, e la sua storia che parla di dimensioni “pre-vita”, anime in formazione e destino da trovare, potrebbe risultate un filo difficile per il pubblico più giovane. L’intenzione di fondo è ambiziosa ed encomiabile (parlare in fondo anche di vocazione, di gusto della vita che si scopre nel quotidiano), ma soprattutto nella prima parte il film rischia di restare un po’ concettoso. E, nonostante l’animazione sia come sempre spettacolare, si ha almeno l’impressione che si rischi di teorizzare un po’ troppo. Fortunatamente il tocco Pixar, poetico e profondo, e al contempo sempre godibile (qui, senza voler anticipare una delle svolte del racconto, ci sarà di mezzo un gatto con qualcosa in più…), fa sì che la seconda parte del film decolli diventando a tratti anche molto commovente. Il professor Gardner, capace di perdersi nelle improvvisazioni della sua musica osservando il cielo, ma anche insegnante capace di ispirare giovani studenti, è un personaggio che conquista a poco a poco lo spettatore, così come 22, l’anima in formazione capace di far diventare isterici mentori del calibro di Madre Teresa, ma poi conquistata dai particolari semplici e unici di una giornata qualsiasi. Sono loro che compiranno ciascuno un viaggio necessario a trovare la propria “scintilla” proprio dove meno se lo sarebbero aspettato, lanciando a ciascuno la sfida di fare altrettanto.

Sulla scia del successo planetario di Bohemian Rhapsody dedicata al leader dei Queen Freddie Mercury, e al più modesto successo di Rocketman, biografia di Elton John con un tono più intimista e meditativo, Stardust di Gabriel Range racconta un ancora giovanissimo David Bowie, diviso tra un’ecclettica e criptica vocazione musicale e le angosce per un’eredità familiare di malattia mentale. Stretto dalla paura di diventare schizofrenico come il fratello (e un paio di zie prima di lui) e l’ansia di non riuscire a trovare una via per il cuore del pubblico e la celebrità, Bowie si imbarca per un tour in America accompagnato da Ron Oberman, addetto stampa della Mercury, tra improbabili interviste e concerti davanti a venditori di aspirapolvere. Interpretato dal lanciatissimo Johnny Flynn (Emma), questo “ritratto dell’artista da giovane” è azzoppato dalla quasi totale assenza della musica di Bowie (la famiglia non ha voluto appoggiare la produzione) e mette in scena più che il cantante l’uomo insicuro, che troverà la salvezza dai suoi problemi e il successo scegliendo di incarnare una maschera (quella di Ziggy Stardust, che vediamo a fine pellicola, e poi molte altre) per superare l’impossibilità di trovare il vero se stesso.

Molto atteso anche il film documentario Mi chiamo Francesco Totti di Alex Infascelli, che si presenta come un lungo racconto da parte del Capitano della Roma, dagli inizi della sua carriera all’addio lacrimoso sull’erba dell’Olimpico. In un panorama di documentari (sportivi e non) ormai molto ricco e sofisticato (un riferimento su tutti The Last Dance su Michael Jordan, capace di catturare anche chi di basket non capisce nulla), il film “di” Totti sceglie la strada di una narrazione super lineare e a tutti gli effetti anche un po’ scontata, in cui manca qualunque contrappunto (la voce è solo quella del campione romano e romanista, senza interviste o confronti) e che quindi si risolve in un racconto autocelebrativo, con qualche accennato (ma un po’ fiacco) tentativo di autoironia. Niente di male, per carità, al pubblico dei fan non farà dispiacere, ma forse si poteva osare un filo di più, spiazzando e movimentando la struttura, per catturare anche chi non si accontenta del santino sportivo (e il sostantivo non è scelto a caso visto la celebrazione quasi “cristica” del campione), non limitando a qualche commento introspettivo il lato delle “ombre” e dei dubbi. Il talento e la “vocazione” non si discutono, l’organizzazione del materiale sì. Ma forse l’idea è di lasciare questo prodotto il ruolo di megafono del Totti pensiero, mentre alla problematizzazione di questa biografia provvederà la fiction televisiva di prossima realizzazione… O forse no, lo sapremo alla prossima puntata!

(1 – continua)

Luisa Cotta Ramosino

Nella foto: Soul, nuovo film Pixar