Ferro 3-La casa vuota, l’ultima fatica del controverso regista coreano Kim Ki Duk, è il film che all’ultima Mostra di Venezia ha conquistato il premio per la miglior regia; e per molti critici e spettatori, meritava addirittura il primo premio, il Leone d’oro. Ma va detto che, nonostante il largo consenso di critica, qualche perplessità il film a noi l’ha lasciata. ,Dicevamo che Kim Ki Duk è un regista controverso. Da una parte abbiamo assistito ad alcune opere durissime, violente, al limite del sopportabile (L’isola), dall’altra, invece, abbiamo apprezzato la sua mano dolce, leggera e poetica, che ha saputo regalarci film intensi e dai contenuti profondi (Primavera, estate, autunno, inverno…e ancora primavera). In questo suo ultimo film prevalgono i toni drammatici, conditi da un’atmosfera onirica e a tratti surreale: la vicenda è quella di un ragazzo che gira in moto per la città, abitando per qualche ora le case lasciate vuote dai proprietari, e che approfitta della loro assenza per riparare elettrodomestici guasti e per fare il bucato (strano ma vero). Un giorno, in uno di questi appartamenti, incontra una ragazza sola e maltrattata dal suo compagno: saprà trovare il modo per consolarla e per non lasciarla mai, anche quando gli eventi glielo impediranno. ,La storia è una storia d’amore sofferta, difficile e soprattutto fatta esclusivamente di gesti e di sguardi. Nel film il regista non si serve di dialoghi: i due giovani comunicano tra di loro solo con gli occhi, senza parole, e questo, certo, è un motivo che nobilita il film: spesso nel cinema non servono troppi discorsi per dire grandi cose, e pochi autori oggi sembrano ricordarsene. Anche dal punto di vista tecnico ed estetico il film convince: attori molto bravi, locations suggestive (le case momentaneamente abitate rispecchiano diversi modi di vivere e diverse classi sociali: l’alta borghesia, i più poveri e quelli che “hanno poco” ma che sono felici così), una regia che non è piatta ma che, al contrario, ci regala colpi d’ala inaspettati e sorprendenti (il finale). Ma dicevamo che il film lascia anche delle perplessità, e queste stanno soprattutto nei contenuti. E’ difficile infatti trovare qualche cosa che davvero ci colpisca profondamente o ci emozioni. Il finale della storia, per quanto struggente, con quella mescolanza difficile da decifrare tra realtà e sogno, lascia perplessi e il rischio è quello di entusiasmarsi per qualcosa che, a ben guardare, sembra ai nostri occhi fin troppo banale. Il perché delle intrusioni del protagonista nelle case altrui, inoltre, potrebbe avere più risposte: forse vuole impossessarsi delle vite altrui perché sente la sua troppo vuota e solitaria? O forse vuole portare la sua serenità e il suo amore incondizionato nelle case di chi è triste, litigioso o in difficoltà coniugale? E cosa dire del continuo giocare del protagonista con una pallina da golf? Probabilmente le motivazioni di queste perplessità hanno anche radici culturali: quando il regista coreano venne pesantemente criticato per la violenza del suo L’isola, rispose che in Corea quel modo di rappresentare la realtà era ordinaria amministrazione. Forse anche in questo caso c’è qualcosa che per loro è ovvio e semplice, mentre ai nostri occhi di occidentali appare eccessivamente criptico ed ermetico (cui si aggiunge uno sguardo a tratti cinico e nichilista). Nel complesso, quindi, un film che incanta per le scelte tecniche e per la bravura dei protagonisti, ma che lascia perplessi nel tentativo di capire i reali significati della storia. ,Francesco Tremolada,