Ispirato all’omonima tragedia di Goethe, l’ultimo film del grande cineasta russo Aleksandr Sokurov, che giunge a coronare la trilogia da lui precedentemente dedicata a tre grandi figure di potere (Moloch, con protagonista Hitler; Taurus, dedicato a Stalin; Il sole, all’ultimo imperatore del Giappone, Hiroito), è un’opera che non può certo lasciare indifferenti. Visivamente impressionante, complessa, intrecciata di simbologie e riferimenti “alti”, filosofici, religiosi, pittorici e scientifici, fino a debordare, ha fatto gridare al capolavoro la critica mentre rischia di lasciare perplessa buona parte del pubblico che, travolta da tanti elementi significanti non sempre decifrabili, potrebbe alzare le mani rinunciando all’ardua impresa dell’interpretazione.,L’opera di Sokurov (da lui anche sceneggiata insieme a Marina Koreneva e Yuri Arabov) rimescola in modo molto libero elementi tematici e di trama dell’opera di Goethe a cui si ispira, mettendo in scena un Faust intento all’esplorazione della faticosa e pesante concretezza della materia ma che sembra ormai aver rinunciato a scoprirvi un qualcosa che vada oltre, sia essa la sfuggente realtà dell’anima o un Dio che si è perso nell’immensità di un cielo vuoto. La camera indugia sull’autopsia iniziale, condotta a mani nude, e poi anche più avanti sullo squallore dei corpi vivi e morti e sulla “strettezza” dei passaggi, in cui i personaggi sgomitano e si spingono alla ricerca di una via d’uscita, si tratti di un vicoletto o dell’utero di una donna.,Nel buio ingombro di afrore (i riferimenti a odori e puzze sono costanti) e di “peccato” brilla la luminosa bellezza di Margherita, scoperta in un lavatoio, che sembra uscito da un quadro di Rembrandt: una fanciulla “angelicata” che però è tormentata dall’odio (o dal non-amore) per la madre soffocante.,Faust, come da copione, ne è folgorato, anche se ne ha ucciso il fratello; la segue, la bracca, tenta maldestramente di sedurla (il momento in cui cade in contemplazione della sua bellezza, immobilizzata in una calda luce ultraterrena, è l’unico rimando palpabile al celebre “attimo, fermati, sei bello” di goethiana memoria) e nel frattempo si muove incessantemente, senza pace e senza meta, in perenne compagnia del diavolaccio con cui ha fatto il patto (ma il dottore prima di firmare non si è risparmiato le correzioni di grammatica) discettando sull’eternità, l’anima, Dio, l’uomo…,Alla fine non è detto che sia l’angelo caduto ad averla vinta, anche se al giorno d’oggi pare che (come ha detto lo stesso regista) con il clima imperante l’anima sia diventata una merce poco ricercata; così finisce che tocca all’uomo braccare un povero diavolo per vendergliela e poi pure imbrogliarlo.,In tutto questo andare, va detto, nonostante la strabiliante massa di simboli e metafore che precipita sull’incauto spettatore come una pioggia, il rischio è che, se non si arriva preparati e se non si è disposti a un’esegesi a posteriori, si rimanga a bocca aperta e senza parole, ma anche privi della percezione di un senso vero e proprio. Come un magnifico affresco guardato troppo da vicino, il Faust di Sokurov rischia quindi di apparire come una massa ingarbugliata che solo ai più colti e pazienti premetterà di raccogliere i suoi tesori nascosti.,Laura Cotta Ramosino